Solo un sussulto d’indignazione può salvare il Sud

Pietro Mancini

Il quadro impietoso del centrosinistra che governa da sei anni la Campania con don Antonio Bassolino, dipinto su queste colonne da Geronimo, va esteso anche a numerose realtà, quasi altrettanto disgregate, del nostro tormentato Mezzogiorno. Oltre a provocare l’indignazione generale - ritenuta dall’editorialista del Giornale l’ultima àncora di salvezza per Napoli - questo desolante quadro dovrebbe finalmente spingere i cittadini a ribellarsi «all’ordinaria malapolitica».
I meridionali, che da tempo hanno alzato la testa e sollevato le coscienze contro la camorra, la mafia e contro le collusioni della spietata e proterva ’ndrangheta calabrese (che ha ammazzato, in pieno giorno, pochi mesi fa, un rappresentante del Consiglio regionale, Franco Fortugno) dovrebbero farlo con maggiore incisività anche contro gli altri cancri del Sud, ben rappresentati nella condivisibile e documentata denuncia di Geronimo: nepotismo, ricatti reciproci, clientelismo, intimidazioni telefoniche, familismo e sprechi del denaro pubblico, in primis nella Sanità.
Sinora purtroppo, a Napoli ma anche a Reggio Calabria e in altre grandi e piccole città del Sud, il popolo meridionale non ha reagito con efficacia alla mediocre - per usare un eufemismo - gestione degli amministratori. Ad esempio la disastrosa vicenda dello smaltimento dei rifiuti in Campania, regione dove oggi un deputato regionale guadagna in media 2mila euro al mese in più rispetto a un parlamentare nazionale, non ha portato alcuna conseguenza elettorale negativa per la giunta Bassolino. E invece, se i capi dei partiti impegnati in questi giorni a piazzare ai primi posti delle liste elettorali mogli, figli e amanti sentissero proteste più forti e vibranti dei cittadini, oltre a leggere le inchieste coraggiose dei giornali, potrebbero tornare a svolgere solo le funzioni di indirizzo generale e locale. Dando rappresentanza politica a quanti, soprattutto i giovani, spingono inascoltati per l’innovazione e per il cambiamento della società.
Per alleggerirsi della grande lottizzazione e diminuire drasticamente gli enormi costi del sottogoverno, i capi dei partiti dovrebbero però riuscire a compiere un’inversione di tendenza di 360 gradi, culturale prima che politica, occupandosi delle esigenze di quanti oggi hanno scarse risorse e contano poco e liberando le energie di una società politica, altrimenti destinata a restare ingessata. Realisticamente, siamo pessimisti. È o non è possibile aspettarsi questa svolta profonda da molti dei famelici partiti che governano la Campania e, aggiungiamo noi, anche la Calabria? Aspettare un rinnovamento quasi epocale dalle «liste di famiglia», come le definisce opportunamente Geronimo? Realisticamente, in tempi brevi, è molto difficile ipotizzarla. In primis perché, ordinando lo scioglimento dell’esercito dei lottizzati della «Politica Spa», i notabili meridionali dovrebbero tornare ai blocchi di partenza e rimettersi in gioco. Ma per costoro non sarà facile né indolore rinunciare a quei sostegni, politici e materiali, che oggi sono indispensabili per essere eletti e per salire (o per farle salire ai propri congiunti e clienti) le scale gerarchiche, nei partiti, nelle istituzioni, negli enti pubblici e nelle aziende sanitarie locali.