Solone Il vizio di Barbapapà: fare 10 domande senza ascoltare le risposte

Dev’essere che non ha più la sua rubrica, «Scalfari risponde», che ogni Venerdì di Repubblica gli forniva l’occasione per pontificare sullo scibile. Dev’essere così, perché da quando, tre anni fa, l’ha lasciata a Michele Serra, il Direttore a vita ha preso a far domande. Di dieci in dieci, ma le risposte mica gli interessano.
In principio furono quelle a Silvio Berlusconi, la campagna a luci rosse fra Noemi, D’Addario e dintorni. Poiché il premier non rispondeva, il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari continuava a porgliele, tutti i giorni lo stesso spazio in pagina fino a quando il Cavaliere s’è deciso a replicare, però con lo smacco di farlo dalle pagine di un libro di Bruno Vespa. Loro comunque se ne fecero un baffo, semplicemente le giudicarono non esaurienti, continuarono la crociata antiberlusconiana ma almeno, bontà loro, smisero di pubblicare il decalogo. Le ultime domande, «il Fondatore» le ha rivolte a Guido Bertolaso. Prima dieci, su carta. Poi, non pago, altre tre, sempre su carta. Infine altre due, ma in tv. Sempre le stesse. Nonostante le risposte. 14 febbraio scorso, editoriale su Repubblica. In realtà a ben contare le dieci domande di «Barbapapà» al capo della Protezione civile sono più o meno la metà, perché dopo ognuna segue quella, fatidica: «Ha informato di queste sue eventuali osservazioni il presidente del Consiglio?», il quale presidente del Consiglio, si sa, per l’armata del gruppo l’Espresso è sempre il deus ex machina cui ricondurre ogni scandalo e tutte le responsabilità, ma vabbè.
A stretto giro, il giorno dopo, Bertolaso risponde. Il terzo giorno, Scalfari resuscita: grazie per la sollecitudine, ma poiché domanda chiama risposta e risposta chiama domanda, ecco altri quattro quesiti. Il migliore è l’ultimo. Bertolaso ha difeso il proprio operato, sviscerato incompatibilità, decreti, società, trasparenza, normative, difficoltà, anomalie, tempistiche, urgenze, nomine, responsabilità, ruoli, incarichi, appalti e chi più ne ha più ne metta? Affari suoi, la domanda è: «Le pare questo il modo di servire lo Stato?». Perché lui, «Io» come lo ha soprannominato Giuliano Ferrara sul Foglio stigmatizzando l’egolatria e il narcisismo del personaggio, domanda per sentenziare, mica per fare chiarezza. Esilarante in questo senso la telefonata a Ballarò dell’altra sera. Floris: «Bertolaso, c’è in linea Scalfari che le vuole parlare». Scalfari: «Bertolaso, lei rivendica a suo merito gli indubbi successi della Protezione civile, viceversa si sfila dal verminaio. Ma non si può sfilare, perché lei è oggettivamente responsabile». L’inquadratura mostra un Bertolaso che ha sulla punta della lingua un esasperato e cubitale: ancora? Ma ho già risposto su Repubblica! Ma è persona educata e tace. Scalfari si accanisce: «La sua nomina a sottosegretario è impropria, vietata da una legge dello Stato che stabilisce la totale incompatibilità fra pubblici funzionari e ruoli politici...». Floris: «Arrivi al punto direttore...». Scalfari al punto non ci arriva, anzi, pensa che gli ospiti in studio non abbiano capito l’ultimo concetto, e lo ripete. Sorrisi accondiscendenti, che ci volete fare, il Direttore ha l’attenuante dell’età e che importa l’aggravante del pregiudizio, lasciamolo finire, in fondo come fai ad arginare uno i cui editoriali sono stati ribattezzati «la messa cantata della domenica»?
Ancora Scalfari: predicozzo di dieci minuti alla faccia dei tempi televisivi per ripetere il concetto di cui sopra, e cioè che «Bertolaso è l’esempio mastodontico del controllore-controllato». Floris si fa insofferente: «Arrivi alla domanda direttore». Sussulto del Direttore: «Ma io non ho domande da fare». Sospiro di Bertolaso: «Me ne ha già fatte dieci!». Scalfari implacabile: «Che poi...». Cade la linea. Tortura finita? Macché, il direttore richiama: «Stavo dicendo...». Segue tormento di un quarto d’ora per farlo smettere, e persino Antonio Di Pietro è imbarazzato, se tocca a lui, che pure per primo ha chiesto le dimissioni di Bertolaso, giudicare improprio il processo in diretta e ammettere che il capo della Protezione civile «sta storto sia alla destra sia alla sinistra».
Lui, «Io» Scalfari, se ne farà un baffo anche questa volta. Raccontava Pinuccio Tatarella di quella volta che, fermato dal vigile urbano Gianfranco Baroni che gli contestava una contravvenzione, l’allora deputato socialista, già fascista con orgoglio, radicale di passaggio, craxiano prima di rinnegare Craxi, rispose così: «Sarebbe meglio che lei facesse una cura ricostituente anziché contravvenzioni, perché lei non sa chi sono io. Io sono l’onorevole Scalfari». Se pure fosse leggenda, gli si addice.