Soltanto l’onore dei singoli

Come se non bastassero le separazioni politiche tra destra e sinistra si è aggiunta, con la pellicola «Miracolo a Sant’Anna» di Spike Lee, un’altra diatriba. Mi è capitato di constatarlo in questi giorni. Entrando in più Circoli Arci per motivi personali ho potuto udire - nonostante le preoccupazioni evidenti per la situazione finanziaria - disapprovazioni abbastanza esplicite rivolte a questo film. E su tutti è prevalso il giudizio: «Ma, quel regista non aveva altro da raccontare dell’Italia?». Vai a dire a costoro che anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si è complimentato con il regista per il contenuto.
Sul film non mi mancheranno opportunità di dire la mia. Adesso, invece, prendo occasione di esprimere - sempre attinenti all’argomento - altre considerazioni. Anche se mi rendo conto tardive, forse, rispetto a quello che è stato già detto. C’è un paio di anni della nostra storia con cui non si finisce mai di fare i conti. Si tratta del tempo che rimane racchiuso tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945.
Le affermazioni incaute fatte sia dal Ministro Ignazio La Russa che avrebbe voluto si attribuisse valore, oltre che ai partigiani, anche a chi combattè per la Rsi e sia gli apprezzamenti sul Fascismo esternati dal Sindaco di Roma Gianni Alemanno tipo: «... Del Fascismo non tutto era sbagliato...». Hanno un po’ sorpreso e lasciati sbigottiti.
Una questione - pensavo - risolta e che solo in via residuale avrebbe dovuto causare «attriti» mentali in pochi e ristretti monomaniaci del settore. Invece, così non è stato. È evidente che le controversie rimangono stagnanti. Un attento osservatore come Angelo Crespi dice che, in Italia, si è nell’assurdo. E ha ragione. Perché pure il Nicaragua (e non cito a caso) è riuscito a superare la sua lunga (è durata dieci anni) guerra civile. Da noi è come non fosse passato neppure un giorno dal fatidico 25 Aprile 1945.
La politica italiana, sessant’anni dopo, sembra sia rimasta ferma a quel punto. Poi, quest’ultima vicissitudine l’ha trascinata a terra con una zavorra inestinguibile. Da un lato per colpa della sinistra che utilizza l’argomento in modo strumentale, allo scopo di mantenere viva una presunta superiorità morale e per alcuni anche rispolverare idee che avrebbero potuto essere e che non sono state; dall’altro, per colpa della destra che fuori tempo massimo, sventola bandiere inutilmente nostalgiche e politicamente ingenue.
Sia chiaro che tutto ciò accade senza ci siano più nodi storici da risolvere. Per questo rimane anche una disputa persino patetica, di cui è difficile (vale per me) non rimanerne coinvolti.
Interpretare i fatti con la passione si rischia di compromettere, quasi sempre, l’obiettività della ricerca storica. Pure il «rimpianto» per un tempo può indebolire, di conseguenza, il giudizio storico. Mi rivolgo, in particolare, al consigliere regionale Gianni Plinio (che pur essendo diverse le nostre militanze e i nostri ideali, non posso che ammirare i suoi continui richiami a comportamenti di rettitudine nell’ambito del consiglio regionale), il quale in un suo articolo si è espresso con una presa di parte che non lasciava dubbi su ciò che tutt’ora egli pensa. Però, quando ripete, con espressioni di elogio, le gesta ardite messe in atto da Battaglione «Nembo» composto da paracadutisti-nuotatori, appartenenti alla Rsi, Plinio dimentica che si batterono contro gli americani, i quali sbarcati nelle coste laziali avanzavano per liberare finalmente Roma dai nazisti e dai fascisti loro complici.
Mi spiace. Le sue considerazioni sono errate nella sostanza del fine. E non lo dico soltanto io che potrei esser additato come sostenitore di parte, in quanto sono a favore della Resistenza, ma lo ha affermato, tra gli altri - per fortuna - l’onorevole Gianfranco Fini. Il Presidente della Camera non ha avuto perplessità a richiamare La Russa e Alemanno: «... I giudizi sul Fascismo è di competenza degli storici... I Resistenti stavano dalla parte giusta e i repubblichini dalla parte sbagliata... È doveroso dire - ha continuato - se non è in discussione la buonafede, che non si può equiparare chi stava da una parte e combatteva per una causa giusta di uguaglianza e di libertà e chi, fatta salvo la buonafede, stava dalla parte sbagliata...».
Certo. Si può fare osservare che rimaneva all’Italia il problema dell’onore da difendere di fronte al «tradimento» nei confronti dell’alleata Germania.
Molti che aderirono alla Repubblica sociale italiana fecero ricorso, talora a voce alta, talora nell’intimo delle coscienze, al sentimento o, se si preferisce, alla categoria dell’onore.
Con l’8 settembre il Paese non disponeva più di quegli «anticorpi» costruiti dal patriottismo e dal nazionalismo capaci di coagulare ancora l’intera nazione. Il fascismo aveva - nel ventennio - evocato a sé il monopolio del patriottismo e si era identificato con il nazionalismo dannunziano. Infatti, primato della nazione e primato del regime erano diventati una sola cosa. Dipese anche da questo che il crollo del regime fascista significò il crollo e il collasso generale della nazione intera.
Quale ruolo avrebbe potuto svolgere - nel contesto - la Rsi se non di farsa?
Ritengo opportuno riportare un episodio emblematico (che ha ricavato da un documentario sulla X Mas fatto da Piero Vivarelli) dove è prevalso in me - nessuno ne è immune - l’emozione e il sentimento.
All’inizio del cortometraggio (non commentato) la macchina da presa inquadra un soldato italiano appartenente alla X Mas che, in procinto d’essere fucilato dagli americani, consapevole di avere a disposizione pochi attimi di vita, riusciva a comportarsi con dignità esemplare.
Il luogo si presume sia presso Anzio o Capo Vettere. E del giovane non si conosce il nome. Si vede a torso nudo e legato rudemente ad un palo. Viene messo in evidenza quando, con fermezza, rifiuta il conforto dei sacramenti offerti da un Cappellano militare e scambia, invece, parole di gratitudine con un ufficiale americano che, messagli tra le labbra una sigaretta, avrebbe dovuto, a istanti, comandare il plotone dell’esecuzione. Quando, poi, la cinepresa si fa molto vicina al volto di quel giovane si riesce di percepire, dal movimento delle labbra, che pronunci: «viva l’Italia».
Quale altro esempio poteva essere più eloquente di questo? Viene voglia di urlare, d’imprecare e piangere per il dramma. Perché se l’episodio lo si sottrae dal contesto storico e si vanifica così la storia, non si può che ammirare chi muore con onore. Anche se si trovava dalla parte sbagliata.
Solo il film «Paisà» aveva proposto inquadrature di grande impatto emozionale del genere. Con la differenza che le vicissitudini ricostruite da Rossellini erano finzioni. Qui, al contrario, eravamo al cospetto di spezzoni di pellicola, girata da un tecnico militare Usa che riprendevano una verità spietata, priva di espediente e di artefici estetici.