«Soltanto un parente poteva fare un simile scempio»

Federica Artina

da Milano

«Un delitto della solitudine». Un killer insospettabile che nasconde un patologico disagio e lo arriva ad esprimere attraverso un gesto di inenarrabile violenza. Latente. Premeditata. Persino motivata, nella sua mente deviata. Il criminologo Francesco Bruno tenta di tracciare un ritratto psicologico di chi si è reso capace di compiere «un delitto orribile e di una violenza inaudita», come quello di Luisa e Aldo Donegani. «Siamo di fronte a un crimine di terribile efferatezza scaturito dalla patologia di un assassino profondamente solo».
Professore, secondo lei chi può aver commesso un delitto così atroce, infierendo sulle vittime anche dopo la loro morte?
«Questo è un omicidio particolare per la sua violenza ma diffuso per le sue dinamiche. E in presenza di forti legami affettivi è più probabile incontrare eventuali motivi di rancore del carnefice nei confronti della sua vittima».
Un delitto compiuto da un parente, dunque.
«Diciamo che ci sono alcuni elementi tipici degli omicidi familiari. Innanzitutto se si fosse trattato di una rapina la villetta delle due vittime sarebbe stata trovata in disordine, e i banditi avrebbero ucciso i coniugi senza pensare troppo ai loro cadaveri. Qui invece i resti delle vittime sono stati violati con una ferocia inaudita riconducibile solo a un legame altrettanto forte. E poi non bisogna sottovalutare l’atto di occultare i cadaveri, altro elemento tipico delle uccisioni che si consumano tra le mura domestiche».
Quale potrebbe essere stato, secondo lei, il movente di tale barbarie?
«Probabilmente chi ha compiuto il massacro pensava di portare a termine il classico “delitto perfetto”, il crimine che nessuno avrebbe mai scoperto. Ma il suo intento è fallito: il ritrovamento dei corpi è stato il primo passo falso dell’assassino».
Come si può spiegare, quindi, la macabra esecuzione dell’omicidio?
«Episodi del genere non sono poi così rari. I serial killer, per esempio, spesso sono spinti a uccidere per necromania, cioè la morbosa passione per il cadavere. Questi criminali non si accontentano di ammazzare perché il loro vero scopo è l’utilizzo del corpo della loro vittima. E questo può avvenire in vari modi: c’è chi fa l’amore con le sue vittime dopo averle uccise, o chi le mangia. Nel caso di Brescia chi ha ucciso voleva sbarazzarsi definitivamente dei cadaveri, manifestando una marcata volontà di eliminare fisicamente ogni traccia, ogni ricordo delle figure delle due vittime».
Chi ha massacrato i coniugi Donegani potrebbe potenzialmente colpire ancora?
«Direi di sì: chi si rende protagonista di simili atti finisce per prenderci gusto. Senza dimenticare la premeditazione, che in questo caso è palese e induce a sospettare che il killer abbia provato un patologico piacere nell’uccidere. E questo non esclude una sua futura volontà di ritentarci».