SOLTANTO PAROLE DI CARTA

L'idea non è cattiva: due scrittori di noir raccontano storie diverse ma che poi, in conclusione, finiscono per trasformarsi nella medesima storia. La storia del degrado della vita di oggi, sotto il cielo cupo ed impenetrabile di una routine senza inizio né fine. Accettata, per parafrasare il titolo del celebre saggio di Albert Camus, così come Sisifo avrebbe accettato il suo mito.
Storie dunque diverse ma, in fondo parallele. La prima, quella raccontata da Sandrone Dazieri, un vecchio lupo di mare della giallistica con alle spalle impegnativi ruoli direttivi nell'ambito della Mondadori, ha come scenario la Torino sporca e fredda di questi ultimi anni. Il personaggio - chiave è un ispettore di polizia dal curioso soprannome di Pinocchio. Il tipico uomo d'ordine dalle poche parole e dai metodi estremamente convincenti. Nemico giurato, comunque - omaggio al politicamente corretto - del fumo e dei fumatori.
Altrettanto politicamente corretto è l'ambiente in cui gli capita di dover agire. La scomparsa di un ragazzo della buona borghesia - Razzo, per gli amici - lo mette infatti sulle piste di Forza Nera, una «bieca» organizzazione di teste rasate e nostalgici, che altrettanto biecamente viene descritta.
Per biecamente intendo dire superficialmente. Autore di sinistra con una conoscenza della destra per sentito dire, Dazieri senza dubbio non pretende di affondare il coltello nella piaga. La sua descrizione dell'ambiente non va oltre i consueti luoghi comuni su giovanotti tutti muscoli e poco cervello, che quando decidono di darsi a letture intellettuali, mettono in bella mostra sul proprio comodino Il signore degli anelli.
Anche la trama del racconto, per quanto rammodernata, non esce fuori dal consueto complottismo anni Settanta. I fascisti sono usati da forze più grandi di loro per distribuire opportune bombe in punti strategici, come, in questa caso, la Val di Susa della recente rivolta anti Tav.
A parte il contenuto, lo stile è rapido e sostenuto, deciso a non concedere tregue al lettore. Si avverte la tempra del giallista di vaglia e si rimpiange che simili doti finiscano miseramente in un calderone il cui fondo è stato già raschiato da altri.
Uno stile, comunque, più graffiante di quello che mette in mostra Daniele G. Genova nel suo noir ambientato tra Ventimiglia e Savona. Anche in questo caso un inverno duro a morire, con un investigatore privato, Libero Conti, a cui il narratore dedica un ritratto a tutto tondo. Conti è uno come tanti di questi tempi. Sposato con una figlia, vede il proprio matrimonio andarsene a quel paese per la sua maledetta voglia di scappatelle extraconiugali. La moglie ricorre così all'avvocato per la separazione e Libero si ritrova così, solo ed incavolato, in una camera che dà sull'animazione del lungomare di San Remo.
Meno male che a restituirgli un po' di buon umore compare una affascinante cliente che gli propone di risolvere l'intricatissimo caso del proprio consorte ritrovato, duro come un baccalà, nel refrigeratore di una macelleria. Come sempre in questi casi quello che conta non è tanto la matassa del giallo da sbrogliare ma la psicologia degli attori e l'atmosfera che aleggia all'intorno. Libero Conti sarebbe forse una personaggio più credibile se la sua eccitazione sessuale, da sfogare in qualsiasi modo - prostitute, mogli o clienti - non lo trasformasse, a volte, in una sorta di macchietta del perfetto erotomane. Per quanto riguarda lo stile, Genova non se la cava male, anche se qualche pausa non strettamente necessaria all'economia del racconto non esita a concedersela. Il linguaggio gergale non stona. Senza dubbio, meglio, comunque, la secchezza di Dazieri.


Sandrone Dazieri - Daniele G. Genova, La città buia, Aliberti Editore, Reggio Emilia 2006, pag. 189, euro 14,50.