È soltanto un presidente. Non il Messia

«Il mondo è cambiato» (prima pagina di Repubblica). «4.11.2008 Nuovo mondo» e «Un pianeta migliore» (l’Unità). «Il nuovo mondo» (il manifesto). «È crollato il muro di Washington» (Liberazione). «Nulla è impossibile» e «Sembra che parli ma prega» (Il Riformista). Questi alcuni titoli dei nostri giornali di ieri. Altre sobrie reazioni alla vittoria di Obama: «Adesso sono certo che assisterò al ritorno della civiltà» e «Ora possiamo assistere a un’epoca di apertura, illuminismo e creatività» (Michael Moore, regista); «È un momento storico, il mondo sta cambiando» (Patrick McGrath, scrittore); «Obama è come il primo uomo sbarcato sulla Luna» (Wilton Daniel Gregory, presidente dei vescovi degli Stati Uniti). Lasciamo pure perdere Veltroni di cui si occupa Maria Giovanna Maglie: sta di fatto che «Il mondo balla da Berlino a Londra, da Parigi all’Africa», come titola (per puro e obiettivo dovere di cronaca, va detto) il Corriere. Ma sì, il mondo cambia, dall’anno che verrà: sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno, si farà l’amore ognuno come gli va e anche i preti potranno sposarsi ma soltanto a una certa età.

Sono tra quelli che hanno accolto con soddisfazione la vittoria di Obama, e condivido alla lettera le parole dello stesso John McCain: «Questa è un’elezione storica, e riconosco il significato speciale che ha per gli afroamericani e per l’orgoglio speciale che devono provare questa notte». Ho provato sincera commozione nel veder piangere di gioia tanti neri in piazza a Chicago, ho pensato a quante generazioni senza nome stanno dietro quelle lacrime. Credo anche che Obama sarà un buon presidente, tanto bravo da deludere molti di coloro che oggi lo esaltano e da rassicurare molti di coloro che oggi lo temono. Viva Obama, insomma. Viva il primo presidente nero.

Mi fanno però sorridere certi infantili entusiasmi, la fede cieca nel potere della politica, l’attesa di un presidente redentore del mondo. Ieri abbiamo appreso che il magnifico discorso pronunciato da Obama la notte della vittoria l’ha scritto uno del suo staff: un ragazzo di 27 anni. Non era neanche roba sua, insomma. Abbiamo anche appreso che il paladino della povera gente dei ghetti ha avuto dai grandi potentati Usa un sostegno economico mai concesso ad alcun candidato: quasi il triplo di quello di cui ha goduto il rivale McCain. Certo: così fanno tutti. Tutti hanno finanziatori, e tutti hanno un ghostwriter che scrive i discorsi. Ma è proprio questa constatazione che dovrebbe indurre a un maggior realismo, a prendere la politica per quello che è e che può essere, ad evitare certe attese messianiche.

La politica è importante, necessaria, ma relativa: serve per gestire uomini e cose che passano, uomini e cose per natura imperfetti com’è imperfetto il mondo. Un cattivo politico può produrre l’inferno sulla Terra, ma nessun grande politico può portarci il paradiso. Riporre in un leader così grandi illusioni è pericoloso. Che cosa diranno gli entusiasti di oggi alla prima decisione pragmatica di Obama? Eppure la politica è soprattutto pragmatismo. E che cosa diranno alla prima bomba che farà sganciare? O quando confermerà la base Nato di Vicenza?

La divinizzazione della politica è uno dei grandi inganni della modernità: per millenni, l’uomo l’ha considerata come amministrazione - spesso cattiva ma comunque inevitabile - dell’esistente. Dall’illuminismo in poi è diventata una nuova religione, tutta terrena, e promette quel che non può dare: la felicità. I disastri del Novecento, a quanto pare, non hanno insegnato niente.
Ripeto: viva Obama. La fine di una discriminazione è davvero un segno di speranza. Ma quanto è patetica l’eccitazione di chi immagina il cammino della politica come un percorso più o meno netto verso un nuovo Eden. La politica non ha mai fatto sdraiare nessuno sul lettino dello psicanalista, né ha mai regalato a nessuno la gioia di vivere. Tantomeno la salvezza.