La soluzione: abbattimento selettivo

Questa volta hanno ragione da vendere i cacciatori. Ci riferiamo al problema dei caprioli in esubero tra Piemonte e Liguria. Innanzi tutto va precisato che la popolazione che oggi conta migliaia e migliaia di capi ebbe origine da qualche decina di esemplari fuoriusciti da un «fondo chiuso» proprio qui dalle nostre parti (alta Valle Bormida). Quindi se oggi questo animale ha ripopolato mezza Liguria e buona parte del Piemonte, il merito è comunque dei cacciatori.
Questa popolazione cresce in ogni anno di centinaia e centinaia di capi, ed arreca danni incalcolabili non solo all’agricoltura ma anche alla vegetazione boschiva proprio in quanto presenti in numero eccessivo. La soluzione di catturarli, che sembrerebbe tanto logica agli animalisti, è in realtà inattuabile non solo per i costi, ma soprattutto perché il problema si ripresenterà comunque anche il prossimo anno e il prossimo anno ancora e via dicendo. Quella di farli, per così dire, predare da lupi, orsi e linci è pura teoria: uno, perché tali animali non sono presenti in zona (e prima di avere una loro popolazione tale da poter incidere su quella dei caprioli, passeranno molti decenni, nel frattempo con i problemi che la presenza dell’orso bruno in Baviera di recente memoria ci ha insegnato); due, perché al di là della teoria e dei manuali di ecologia, questi animali incidono ben poco sul numero della popolazione (bensì sulla loro salute), e perché essi punterebbero comunque sempre prima verso l’anello più debole, che sono sempre gli animali domestici.
La soluzione è quindi, in un Paese sovrappopolato come il nostro e abbondamentente agricolo, la limitazione del numero mediante intervento dell’uomo come cacciatore. Intervento poco costoso, ed anzi motivi di entrate finanziarie che andranno poi a beneficio della fauna, ed intervento praticabile ogni anno con regolarità e con poca spesa. Il cosiddetto abbattimento selettivo dei caprioli (e dei cervidi in genere) è pratica venatoria di tutto il mondo: nessuno l’ha mai contestata in Trentino Alto Adige o in Gemania, Austria, Gran Bretagna, Francia e Svizzera dove la si pratica, si può dire, da sempre. Non si capisce il perché, trasferita in Piemonte e Liguria, essa sia divenuta un problema.
Se gli animalisti pretendono la cattura, lo facciano a loro spese e immettano i caprioli in loro recinti o altrove; potranno così rendersi conto che il problema anziché risolverlo lo avranno semplicemente moltiplicato (magari inquinando popolazioni autoctone come quelle del Gargano, della Calabria o di alcune zone della Maremma).
Negli Stati Uniti d’America proprio in questi tempi, e nonostante le proteste degli animalisti locali, si sta operando uno stesso intervento di limitazione al numero dei cervi a coda bianca (il famoso e vero Bambi), perché le autorità addette alla gestione della fauna e gli ambientalisti stessi si sono resi conto che il loro numero era divenuto spropositato, tanto da danneggiare colture e foreste, addirittura fino al rischio di fare estinguere molte specie rare di uccelli silvani a causa dell’alterazione dell’habitat causato dall’eccessivo brucamento degli arbusti da parte dei cervi. Ma questo i nostri animalisti non lo sanno, e anche se lo sapessero a loro probabilmente non importerebbe nulla. Purtroppo.
Segretario generale
Associazione Italiana
per la Wilderness