La soluzione: non è Prodi con la parrucca ma il vecchio Drupi di «Piccola e fragile»

Indovinello: guardate la foto, lo riconoscete? Sì, è cambiato molto dall’ultima volta. È un po’ che non si vedeva in giro, sembrava fosse sparito, emigrato all’estero, riposto in qualche solaio coi vecchi elettrodomestici. Però osservate bene, un piccolo sforzo: quegli occhi a fessura, il naso schiacciato, il sorriso inconfondibile con le labbra sottili e le gote enormi, i solchi profondi delle rughe, quel mento da marionetta? Ma sì, è lui! Ecco dove era finito. Sembra di sentirlo: «Io vado avanti». Romano Prodi? No, Drupi. Sì, il cantante di Voglio una donna e Sereno è. Giuriamo: non è un fotomontaggio, non è l’ex premier con la parrucca, non si è dato al rock per dimenticare Veltroni. È proprio Drupi. Separati alla nascita. Credevate di essere stati governati per 22 mesi da un illustre professore universitario, ex presidente della Commissione europea, già premier? E invece a Palazzo Chigi, zitto zitto, s’era insediato Drupi. Non c’è che dire, ce le ha suonate per bene. Lui con tutta la sua orchestra. Molte stecche e stonature, è successo di tutto, ma non si può pretendere la perfezione quando hai l’accompagnamento di Bertinotti e Pecoraro Scanio, alle tastiere Franco Marini, alle percussioni Mastella e Di Pietro, al flauto traverso la sinistra radicale. E poi, troppi tromboni. Insomma più che una band, una banda. Perché Drupi, per carità, grande voce, ma come primo ministro lascia un po’ a desiderare. Non se ne era accorto nemmeno Silvio Sircana, grande amico di Prodi. Anche lui ci era cascato, solo adesso scopre l’arcano. Per questo non sapeva nulla delle sue dimissioni dal Partito democratico. Solo ora si scopre l’arcano, il cambio di persona. Ecco perché quei ministri, ecco perché quei disastri di finanziaria, ecco perché quella maggioranza da dopo-Festival di Sanremo. Ma gli indizi c’erano, bisognava solo stare attenti, conoscere un po’ di musica. Com’era il titolo di quella sua canzone? Che ti costa. L’ha intonata a Padoa-Schioppa e quello non ha capito più niente: alziamo le tasse. Anche la commedia del Senato, con le votazioni sempre in bilico, i senatori a vita portati dalle infermiere, i peones stranieri ingaggiati con le promesse di elargizioni, ecco, il destino di quella maggioranza era già tutto scritto: Piccola e fragile. Ma l’ambizione da statista di Drupi si era già manifestata in tempi non sospetti, nel 1980, quando scrisse la sigla finale di «Domenica in» di Corrado: Paese. Ma chi avrebbe detto che ce lo saremmo ritrovati alla guida del Paese? Ma c’era ancora un altro indizio, ancora più chiaro, per capire che fine avrebbe fatto il governo Prodi-Drupi. Bastava riascoltare quella sua vecchia melodia, com’era? Ah ecco: Vado viaaa...