Somalia, cresce la paura per i 10 ostaggi italiani

Escluso per il momento un intervento armato. I negoziatori impegnati a trovare canali di comunicazione con i pirati. La Farnesina: &quot;I 10 sequestrati stanno bene&quot;<br />

Mentre decine di occhi elettronici seguono il rimorchiatore Buccaneer, ormai arrivato in un porto sulla costa somala dove i pirati già tengono alla fonda alcune altre navi sequestrate in attesa del pagamento del riscatto, le autorità italiane e la società armatrice Micoperi continuano a lavorare sui canali di trattative per trovare una soluzione al rapimento dei dieci italiani che, assieme a un croato e cinque romeni, compongono l'equipaggio della nave della compagnia ravennate. Nonostante il blitz americano e quello francese, per quanto riguarda il Buccaneer, un intervento militare - nonostante la presenza in zona della fregata Maestrale - sembra essere l'ultima opzione sul tavolo.

Il riserbo sulle attività della Farnesina e degli organismi di intelligence è ancora massimo, in attesa di un contatto diretto con i pirati, e la ricerca di un canale di mediazione continuerà «in maniera ininterrotta», secondo quanto ha riferito il portavoce del ministero degli Esteri, Maurizio Massari, che, assieme alla Micoperi, ha anche invitato gli organi di informazione a mantenere un profilo basso sulla vicenda «per difendere l'incolumità dei 10 ostaggi italiani». La situazione, tuttavia, secondo quanto trapela, sembra meno complessa di altri casi, «principalmente grazie a due peculiarità» destinate a incidere sulla vicenda. Innanzitutto, grazie ai molti satelliti puntati sul Golfo di Aden, alla presenza della navi Nato e Ue e alle mappature che vengono fatte dagli aerei coi loro radar, non c'è nessuna incognita su dove si trovino ostaggi e sequestratori: la posizione del Buccaneer è nota sia alle autorità italiane che alle navi alleate che operano in zona. Due circostanze che rendono la situazione meno complessa, anche se, come ha detto Silvio Bartolotti, uno degli armatori della nave, «non si può avere idea dei tempi della crisi». Di certo, fino ad ora non è stata avanzata nessuna richiesta di riscatto, ma la famiglia Bartolotti non ha comunque escluso di poter pagare per liberare i suoi dipendenti, mentre l'Unità di crisi della Farnesina ha rassicurato i familiari sulla salute dei rapiti, di cui sono anche stati diffusi i nomi. Mario Iarlori, il comandante, Mario Albano, primo ufficiale di coperta, Tommaso Cavuto, secondo ufficiale di macchina, Ignazio Angione, direttore di macchina, Vincenzo Montella, Giovanni Vollaro, Bernardo Borrelli, Pasquale Mulone, Filippo Speziali, tutti marinai e Filomeno Troino, il cuoco, starebbero tutti bene e sarebbero - assieme agli altri 260 ostaggi attualmente in mano ai pirati assieme a 17 navi - trattati con riguardo. Tuttavia, dopo i blitz degli ultimi giorni, fra i familiari serpeggia il timore di ritorsioni. «C'è preoccupazione - ha detto Erasmo Albano, cugino di Mario e «portavoce» della famiglia del marittimo - non vorremmo che la situazione dei nostri connazionali possa degenerare a causa del blitz Usa».

La situazione viene comunque monitorata minuto per minuto e la Maestrale, con i suoi 220 uomini, rimane in zona, anche se un intervento per ora non sarebbe possibile. Nel caso di un'imbarcazione commerciale, infatti, secondo il codice di navigazione, deve essere l'armatore a decidere cosa fare e se la Micoperi non chiedesse un intervento, le navi da guerra non possono fare nulla. Tuttavia, una fonte del ministero della Marina militare ha precisato che, se questa richiesta arrivasse, «saremmo preparati ad agire e sapremmo come farlo, ma la decisione in merito deve essere politica».