Somalia: etiopi all’attacco, islamici in rotta

Il leader dei musulmani radicali Ahmed promette un conflitto di lunga durata

Il Consiglio di sicurezza si è riunito in riunione d’emergenza ieri sera alle 21, ma è arrivato, una volta di più, troppo tardi. La guerra in Somalia impazza dalla vigilia di Natale, anzi è quasi finita. L’intervento delle truppe etiopiche, secondo il primo ministro di Addis Abeba, Meles Zelawi, ha «spezzato la schiena» alle Corti islamiche disseminando di cadaveri le aride pianure della Somalia centrale. «Secondo i nostri rapporti vi sono 3.000 feriti negli ospedali di Mogadiscio e più di 1.000 cadaveri nemici sul terreno - assicura Zelawi -. A questo punto abbiamo completato metà della missione, quel che resta da fare non richiederà molto tempo, non appena avremo finito ce ne andremo».
Il leader etiopico ha spiegato di non voler occupare Mogadiscio né il resto del Paese. E i portavoce del governo provvisorio, incapace senza l’aiuto di Addis Abeba di spingersi fuori dalla roccaforte di Baidoa, ne approfittano per chiedere la resa delle Corti islamiche e promettere un’amnistia.
L’era delle milizie vicine ad Al Qaida, padrone dalla scorsa estate della capitale e di buona parte del Paese, sembra dunque al tramonto. Il massiccio, e a lungo annunciato, intervento dell’esercito etiopico a sostegno del governo provvisorio le ha, per ora, costrette alla ritirata. Fonti della Croce rossa confermano la presenza di centinaia di feriti nei centri di pronto soccorso. Le stesse Corti ammettono l’abbandono di molte postazioni. Il leader del Consiglio delle Corti, sceicco Sharif Sheik Ahmed, non ammette esplicitamente la sconfitta, ma annuncia una «nuova fase» della guerra. Secondo lo sceicco, d’ora in poi lo scontro si trasformerà in un conflitto di lunghissima durata che colpirà gli invasori anche a casa loro. «Combatteremo l’Etiopia per molto tempo a venire, ci prepariamo a portare la guerra ovunque», promette Sharif Sheik Ahmed con toni che sembrano preannunciare attentati suicidi e incursioni all’interno dei confini di Addis Abeba.
Prima di fare programmi per il futuro, le Corti islamiche devono però riprendersi dalla devastante offensiva aerea e terrestre sferrata dagli etiopi. Gli attacchi simultanei lanciati per rompere l’assedio al governo provvisorio intorno a Baidoa hanno costretto le forze dell’islam radicale ad abbandonare le linee del fronte, intorno alla città di Daynuney, per arretrare di almeno 85 km in direzione sudest. Bur Haqab, una delle principali basi dei guerriglieri islamici, è ora nelle mani degli etiopi e delle truppe del governo provvisorio.
«Stamattina, quando siamo scesi in strada, la città era deserta, le Corti erano fuggite senza lasciarsi dietro un solo combattente», riferiscono al telefono i cittadini di Bur Haqaba. Mohammed Abdulle Siidi, un abitante dei villaggi circostanti, racconta di aver visto gli elicotteri etiopici incalzare le truppe islamiche in ritirata. «Ne ho visti almeno due, volavano a bassa quota verso le posizioni delle Corti. Subito dopo ho sentito le esplosioni intorno al villaggio di Lego».
L’esercito etiopico, secondo i portavoce del governo provvisorio, avrebbe preso il controllo anche della città di Dinsor in un’altra zona del fronte meridionale. Sul fronte settentrionale la situazione delle Corti islamiche non è migliore. I loro combattenti sono stati cacciati anche da Bulo Barde, la città dove tre settimane fa gli sceicchi minacciavano di morte chiunque non rispettasse la regola islamica delle cinque preghiere quotidiane. La rotta dei fiancheggiatori africani di Al Qaida in fuga da Bandiradley e da Adadowe Galinsor ha portato la coalizione etiopica governativa alle porte di Jowhar e a meno di 100 km dalla stessa Mogadiscio.
Il primo ministro etiopico ha comunque garantito ai rappresentanti dell’Onu, dell’Unione africana e della Lega araba di non voler occupare Mogadiscio, ma soltanto di circondarla per costringere alla resa le forze islamiche. Meles ha scelto la sera di Natale per annunciare ufficialmente l’invio di truppe all’interno della Somalia. Dal suo punto di vista l’intervento punta a combattere il terrorismo internazionale e a sostenere il governo provvisorio formato con la mediazione delle Nazioni Unite. Secondo lo stesso Meles, le truppe etiopiche avrebbero catturato almeno 300 combattenti islamici con passaporto inglese e inferto una lezione ai militari eritrei accusati di appoggiarli.
Il ministro dell’Informazione eritreo ha accusato Meles di mentire negando qualsiasi coinvolgimento del suo Paese. L’Unione africana sembra per ora dare pieno appoggio all’intervento etiopico. «L’Etiopia si sente minacciata e noi - ha detto il numero due dell’organizzazione, Patrick Mazimhaka - non possiamo che riconoscerle il diritto di difendersi da chiunque metta a rischio la sua sovranità e la sua sicurezza».