Somalia, islamici sconfitti e costretti alla fuga

Il primo ministro Gedi: mandate una forza internazionale per sostituire i soldati etiopici. Il Kenia invitato a chiudere le frontiere per impedire agli integralisti di trovare rifugio

I talebani somali sono stati costretti ad abbandonare Chisimaio, l’ultima città nelle loro mani, fuggendo verso Sud. I resti delle Corti islamiche si stanno arroccando in due zone, una delle quali soprannominata Tora Bora, come l’ultimo baluardo di Osama Bin Laden in Afghanistan. Molti miliziani, però, starebbero già cercando di riparare in Kenia spacciandosi per profughi in fuga dalla guerra.
L’era delle Corti islamiche è finita ieri con una precipitosa ritirata dalla strategica città portuale di Chisimaio. Le forze del governo transitorio somalo, riconosciuto dalla comunità internazionale, che avevano liberato pochi giorni prima Mogadiscio, hanno deciso di avanzare da due direzioni con l’appoggio dei soldati e dell’artiglieria etiope. La battaglia per Chisimaio si è svolta a Jilibi, a 60 chilometri dalla città. Cannoni e mortai hanno spazzato via le fragili linee difensive dei fondamentalisti. Alle 5 di ieri mattina era già tutto finito dal punto di vista militare, mentre i capi clan di Chisimaio avevano intimato ai resti delle Corti di ritirarsi dalla città per evitare il peggio.
I talebani somali si sono limitati a minare alcune vie, soprattutto nella zona portuale, per rallentare l’ingresso dei governativi. Uno dei primi ad entrare in città è stato l’ex leader di Chisimaio, il colonnello Abdikadir Adan Shire, ministro della Difesa del governo transitorio.
Ieri dalla capitale il primo ministro, Ali Mohammed Gedi, annunciava «che Chisimaio è nelle mani del governo. Gli islamisti sono fuggiti... L’aeroporto e il porto sono stati liberati». Il premier ha anche ribadito che «il governo garantirà l’amnistia a quanti deporranno le armi», riferendosi ai tanti giovani miliziani che hanno subìto il lavaggio del cervello dei predicatori della guerra santa internazionale. Inoltre da oggi scatterà un piano di disarmo nella capitale, concordato con i capi clan. Per tre giorni sarà possibile consegnare spontaneamente le armi, poi il governo interverrà a disarmare qualsiasi forza non riconosciuta.
Uno dei nodi di quest’operazione riguarda le milizie dei capi clan contrari alla presenza etiope, ma che avevano intimato alle Corti di sloggiare perché la guerra era perduta. Infine Gedi ha lanciato un appello all’Unione africana per realizzare il piano di pace, già accettato lo scorso settembre, che prevedeva l’arrivo in Somalia di 8mila uomini. Si tratta soprattutto di soldati ugandesi, tanzaniani, nigeriani e della marina del Sud Africa, che andrebbero a sostituire gli etiopi.
Le Corti hanno perso la guerra, ma potrebbero ancora rialzare la testa con tattiche di guerriglia e azioni terroristiche stile Irak e Afghanistan. Circa 3mila combattenti fondamentalisti, compresi qualche centinaio di volontari stranieri delle guerra santa internazionale, si sono divisi in due tronconi ritirandosi da Chisimaio verso Sud. La prima colonna si è arroccata nel promontorio di Ras Kamboni, un’ex base della marina somala del dittatore Siad Barre, soprannominata “Tora Bora” dai talebani somali. I fondamentalisti puntano a nascondersi fra le insenature oppure a una fuga via mare, ma di fronte è stata schierata la task force della marina degli Stati Uniti, che coordina le operazioni antiterrorismo in Somalia dalla base di Gibuti.
Un’altra colonna si è diretta nell’entroterra, verso la località di Afmadow, vicino al confine con il Kenia. Nella zona regna il sottoclan di Hassan Turki, il famigerato comandante delle corti a Chisimaio, che aveva arruolato una brigata straniera di seguaci di Bin Laden. Per la logica dei clan somali, godono dell’ospitalità di Turki anche i pezzi grossi delle Corti come Hassan Dahir Aweys, il falco dei fondamentalisti, il suo braccio destro militare, Aden Hashi’Ayro, che guidava gli shabab, i giovani votati al “martirio” e Sharif Ahmed, l’elemento più moderato dei talebani somali.
Il governo somalo ha chiesto al Kenia di chiudere le frontiera per non consentire la fuga dei miliziani delle Corti. Lo stato maggiore di Nairobi ha inviato paracadutisti sul confine e ha già bloccato alcuni fuggiaschi, oltre a gruppi di musulmani kenioti che volevano recarsi in Somalia per dar man forte agli integralisti. Gli americani garantiscono un appoggio «esterno» con immagini satellitari, intercettazione e informazioni di intelligence.