Somalia: a un mese dal sequestro sugli italiani rapiti ancora silenzio

Nell’apparente disinteresse di mass media e opinione pubblica continuano le trattative sotterranee

Un mese dopo il rapimento dei due cooperanti italiani, ancora in mano ai banditi, la Somalia inghiotte un altro ostaggio. Nella notte fra sabato e domenica una decina di uomini armati ha preso d’assalto l’abitazione di Hassan Mohamed Alì, il rappresentante somalo dall’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite. I sequestratori hanno ingaggiato un conflitto a fuoco con le guardie del funzionario dell’Onu, che non sono riuscite a fermarli.
«Hanno fatto irruzione in casa dopo aver scambiato dei colpi d’arma da fuoco e lo hanno prelevato», ha raccontato, Farah Abdi, un abitante del luogo. Il sequestro è avvenuto a Elasha, una località a 17 chilometri da Mogadiscio, la capitale somala. L’ostaggio è stato costretto a salire a bordo di una delle due auto utilizzate dai rapitori.
Nella Somalia senza legge non è una novità, ma il rapimento avviene un mese dopo il sequestro di Iolanda Occhipinti e Giuliano Paganini, i cooperanti dell’organizzazione non governativa Cins (Cooperazione italiana Nord-sud). Il 21 maggio, assieme agli italiani era stato portato via da una banda di armati anche il somalo Abderahman Yusuf Arale, responsabile della sicurezza dell’Ong con sede a Roma. Da quel giorno il ministero degli Affari Esteri ha chiesto il silenzio stampa, per operare in maniera più incisiva.
La famiglia e il Cins si sono adeguati, ma da un mese i cooperanti italiani e il loro collaboratore somalo sono ostaggi dei banditi e del silenzio. Colpisce la scarsa mobilitazione dell’opinione pubblica, come se gli scomparsi fossero ostaggi di serie B per i quali non vale la pena impegnarsi. A differenza, per esempio, di altri casi come quello iracheno delle «due Simone». Ieri sera per Italia-Spagna nessuno si è sognato di ricordare il dramma degli ostaggi o indossato davanti alle telecamere una maglietta di solidarietà con i rapiti. In passato si erano sprecate le mobilitazioni di intellettuali, sportivi e dell’opinione pubblica per ostaggi politicamente corretti.
Gli italiani sono stati sequestrati ad Awdhegle, a sud della capitale. Poi sono stati trasferiti a Mogadiscio, dove i rapitori temevano di venir individuati. Probabilmente sono stati venduti da una banda all’altra, che punta ai soldi. Iolanda e Giuliano non sono dei giovincelli e vengono spostati di continuo. Talvolta devono muoversi a piedi. Le condizioni di vita per gli ostaggi, in un Paese disastrato come la Somalia, sono particolarmente dure. Anche cibo decente e acqua pulita sono un problema. Per non parlare delle «tariffe» che circolano sulla loro pelle. Cento dollari per prendere un taxi con la promessa di andare a cercare informazioni sugli ostaggi. Diecimila per farli parlare al telefono. Centomila per la «prova in vita», ovvero una foto scattata dai sequestratori. Un milione di dollari per un’ipotetica liberazione. «Gli sciacalli non mancano, ma le nostre forze di sicurezza hanno già cercato due-tre volte di liberarli con un blitz» ha spiegato a il Giornale una fonte somala. A Lanta Buur, 30 chilometri a sud della capitale, è scattata l’operazione, ma i sequestratori avevano da poco lasciato il nascondiglio. In un’altra occasione il blitz sarebbe saltato all’ultimo momento temendo per la vita degli ostaggi.