Somalia, pirati assaltano un’altra nave italiana

Ieri la «Cielo di Milano» è sfuggita a una pioggia di colpi di kalashnikov

Federica Artina

All’arrembaggio. E con sempre maggiore e inquietante frequenza. I pirati infestano ancora oggi i mari d’Oriente e negli ultimi giorni sembrano aver preso di mira le navi italiane: dopo l’attacco alla «Jolly Muratore» meno di una settimana fa, ieri è toccato alla «Cielo di Milano», nave cargo da 24 tonnellate di stazza varata dai cantieri D’Amico di Roma. Due attacchi molto simili, sia per la zona dove sono avvenuti, sia per le modalità. Anche ieri, così come il 21 luglio scorso, l’imbarcazione è stata assaltata al largo di Mogadiscio, a circa 85 miglia di distanza dalla costa somala. Molto simili anche le barche usate per compiere l’attacco: due piccoli motoscafi a motore furibordo. E terribilmente analoga è stata anche la cruenza dei corsari dei giorni nostri, che hanno abbandonato le spade per imbracciare potenti armi da fuoco.
«Sono in mare da quasi 40 anni, ma una cosa del genere non l’avevo mai vissuta» è stato il primo commento del comandante della «Cielo di Milano», Leone Adda. L’uomo, 57anni, ha spiegato la strategia di fuga dall’assalto dei pirati: «Il mare era a forza 4 o 5 e a quella distanza dalla costa è difficile che quei due barchini che ci hanno attaccato possano essere giunti senza appoggio di una nave» spiega ancora Leone. «Ci hanno attaccato alle 13.10 circa. Memore degli attacchi alla “Jolly Marrone” avevamo predisposto due idranti anti incendio e rafforzato la sorveglianza. Ho dato ordine di mettere i motori al massimo e di effettuare alcune manovre». Una mossa che ha seminato gli aggressori, mettendo in salvo l’imbarcazione e con essa i 24 membri dell’equipaggio, tutti illesi.
Il racconto del comandante è quello di un uomo consapevole di aver corso un grossissimo rischio: «Dalle barche dei pirati sono comparsi kalashnikov e bazooka. Se avessero sparato in coperta avrebbero potuto scatenare un inferno: la nostra nave trasporta prodotti raffinati. Per fortuna non lo hanno fatto».
Abbandonato l’immaginario romanzesco e fiabesco e gli scenari da film, la pirateria marittima è un problema più che reale, tanto che esiste un istituto internazionale - l’International Maritime Bureau, con sede a Londra - che monitora gli attacchi dei moderni buccaneers contro le navi commerciali. In particolare il fenomeno ha avuto una preoccupante impennata nel 2003, anno in cui furono registrati 445 attacchi. Nel 2004 gli assalti sono invece diminuiti del 30%, fermandosi a quota 325. Tra le zone più a rischio primeggia l’Indonesia, nei cui mari si sono verificati 121 attacchi nel solo 2004, seguita dal Bangladesh, con 58 assalti, e dalla Nigeria, dove se ne sono verificati 39. Sempre secondo l’Imb la zona più a rischio è lo stretto di Malacca in Malesia, un corridoio di 885 chilometri nell’oceano indiano dove lo scorso anno sono state attaccate 37 navi. E dove una volta transitavano té e spezie oggi i pirati dirottano le grosse navi per traffici illegali di armi, droga e immigrati.