«Son stata a Guantanamo e ora vi racconto com’è»

«Siamo al braccio 5, quello di massima sicurezza e li riprendiamo mentre discutono da una parte all’altra della cella, dai due lati di quella lastra d’acciaio tra due mondi. Il detenuto ripete i titoli, chiede consigli. Il bibliotecario, un nero gentile, scrupoloso, li spiega uno ad uno, fino ad «It» di Stephen King. Raccontare quel librone di mille pagine, descrivere la figura del clown non è facile. Da dentro, la voce chiede: “il clown? Cos’è un clown?” Il bibliotecario ci prova, si ferma, s’affaccia alla feritoia: “Senti, su due piedi non ci riesco, è un libro complesso, complicato, ma tu qui ci resterai a lungo quindi è la storia che fa per te. Perché prende tempo”. Il modo in cui lo dice, la partecipazione, crea un momento di profonda umanità tra quella guardia e il prigioniero. Osservando quella scena mi sono convinta che Guantanamo oggi è un’altra cosa da quella che ci hanno raccontato».
Bonni Cohen è la «numero uno». La prima regista e giornalista ad entrare dentro Guantanamo. La prima a filmare per tre settimane, lo scorso agosto, la vita di guardie e detenuti. La prima a raccontare - in un documentario in onda in contemporanea mondiale stasera alle 21 sul National Geografic Channel (canale 402 di Sky) - la vita nel campo di detenzione. In questa intervista esclusiva a Il Giornale, Bonni Cohen spiega perchè oggi Guantanamo è un mondo diverso da quello conosciuto dall’opinione pubblica internazionale.
«Le immagini di Guantanamo e quanto è stato scritto risalgono ai primi anni dopo l’Afghanistan quando le condizioni del centro di detenzione erano completamente diverse. Le vecchie gabbie, i canili del campo X Ray non esistono più dal 2004, al loro posto c’è un centro di detenzione d’alta sicurezza replica di altre due moderne prigioni americane dove i detenuti possono pregare in comune».
Ma come li trattano?
«È quello che più colpisce. Sono rimasta stupita dalla grandissima professionalità con cui gestiscono la prigione. Non trovi i problemi dei primi anni. Durante le proteste alcuni prigionieri vengono trattati in maniera dura, ma nulla che possa venir definito maltrattamento o tortura».
La accuseranno di rappresentare un Guantanamo edulcorato, preparato ad arte.
«Lo scorso agosto siamo stati lì dentro per tre settimane, abbiamo filmato quello che nessun giornalista ha mai visto. Abbiamo filmato avvenimenti che nessuno poteva prevedere. Siamo testimoni di un codice giallo durante un’emergenza medica, filmiamo l’esplosione della protesta e dello sciopero della fame dopo un cambiamento di regole. Sfido chiunque a dire che quelle situazioni erano preparate. È verità pura in diretta».
Ma i detenuti non parlano.
«La Convenzione di Ginevra impedisce d’intervistare i prigionieri, ma la voce dei detenuti c’è. Emerge con chiarezza dai discorsi improvvisati, urlati, mentre passiamo davanti alle celle, dalle denunce, dagli atti d’accusa alla democrazia americana. E una volta fuori da Guantanamo andiamo in Inghilterra e Afghanistan, diamo voce agli ex detenuti».
Sarà cambiata, ma Guantanamo resta il lato oscuro dell’America.
«È un luogo che fa parte di un problema complesso. Là dentro c’è gente molto pericolosa che non si può lasciare libera, ma le testimonianze degli ex detenuti ci fanno anche capire che abbiamo finito con l’alimentare sentimenti anti americani. Guantanamo era buco nero, un’ambiguità legale, un territorio dove non tener conto delle leggi».
Guantanamo è il simbolo del ritorno alla tortura.
«Non ho trovato prove evidenti di torture. Persino gli ex detenuti riferiscono di trattamenti duri, assimilabili alla tortura, ma nessuno riferisce di pratiche come il “waterboarding”, l’annegamento simulato, dentro Guantanamo. L’hanno subito altrove, non lì».
Se tutto funziona bene perché aspettare sette anni per farlo vedere?
«È stato un clamoroso errore di comunicazione perpetrare quel clima di segretezza che ha contribuito all’immagine negativa».
I militari come si giustificano?
«Per loro in una guerra non c’è posto per il pubblico. Hanno incominciato a pensarci quando sono finiti gli interrogatori».
Lo chiamano uno dei fronti della guerra al terrore, è d’accordo?
«Molti ne sono convinti. A Guantanamo non si spara, ma si svolgono vere e proprie battaglie tra guardie e detenuti. E là dentro, dicono, continua ad operare e lavorare una cellula di Al Qaida».