Sondaggi, il Pd al minimo storico "E manca il dato post inchieste"

Il partito crolla al 28% nelle rilevazioni precedenti la bufera
giudiziaria L’analista: "Manca una leadership forte". Tre elettori su 4
sono sfiduciati

C’è di buono che, si dice così, toccato il fondo si può solo risalire. Il problema, però, è stabilire quale sia, il fondo. Per il momento ai vertici del Pd più che altro par di fissare l’abisso. Dicono i sondaggi che negli ultimi mesi è andata sempre peggio, con i consensi sempre più lontani dalla già poco rassicurante quota 30 per cento, ottobre al 29, novembre al 33 ma poi dicembre al 28, uno stillicidio. Ma non c’è fine al peggio, se fra metà e fine novembre anche la fiducia nel futuro ha iniziato a scarseggiare, con un più che preoccupante 18-20 per cento.
L’analisi dei sondaggisti è impietosa. Dicono che la questione morale influirà ancora magari, quanto saranno le analisi dei prossimi giorni a dirlo. Ma avvertono che la crisi di credibilità del centrosinistra è già qui. Già a gennaio, segnala Arnaldo Ferrari Nasi della Ferrari Nasi & Grisantelli, il 40 per cento degli italiani chiedeva le dimissioni del sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino, il 46 voleva spedire a casa il governatore Antonio Bassolino. E la metà delle voci critiche erano di centrosinistra. Adesso, se domandi al popolo del Pd come veda il futuro del partito, uno su due vede nero. «La media fra la fiducia nel Pd del centrodestra, che è bassissima, e quella del centrosinistra, ferma al 50 per cento, dà quel 18-20 per cento citato dall’osservatorio Ipsos e dalle mie rilevazioni» spiega Alessandro Amadori, amministratore delegato di Coesis Research. Il dato peggiore che emerge, dice, «è quello dell’ansia e della depressione per la mancanza non solo di un’offerta progettuale nitida, ma anche di una leadership forte. C’è la sensazione che la nave stia affondando senza che il capitano sappia imporre le sue scelte a un equipaggio in ammutinamento. Dubito che possa andare peggio di così, anche con la questione morale».
Il che non aiuta a rasserenare il clima fra veltroniani e dalemiani, là dove, segnala Amadori, il popolo del Pd «di fronte alla schizofrenia interna non esclude la scissione», che nella lotta intestina per la leadership significa un punto a favore del líder Maximo: «Nel momento in cui si sfalda la fiducia nella politica, sono le personalità individuali a fare la differenza. Non a caso le inchieste giudiziarie che coinvolgono il centrodestra non mettono mai in crisi la leadership di Silvio Berlusconi». E qui entra in gioco l’effetto boomerang. «Gli elettori di centrodestra sono da sempre più critici con la magistratura e più attenti all’azione, al pragmatismo dei loro riferimenti politici. Il centrosinistra invece ha fatto della questione morale un proprio tratto identitario e distintivo sul piano ideologico, antropologico. Adesso che la cronaca smentisce questa narrazione, lo choc è ancora più grande». La miscela è esplosiva e il clima è peggiore di quello che si respirava con Tangentopoli. «Gli italiani una volta speravano che ritornasse un Enrico De Nicola che rinuncia al cappotto per non pesare sulle loro tasche - annota Alessandra Ghisleri di Euromedia Research -. Adesso che anche il centrosinistra, che negli anni Novanta si tenne fuori dalle inchieste, viene travolto, non ci credono più». Colpa dei «cacicchi» che citava il giurista Gustavo Zagrebelsky, avverte Amadori. «Con Mani pulite ci fu un’esplosione di rabbia collettiva, animata però dalla speranza di un cambiamento imminente. Oggi invece c’è la sensazione che sia venuto meno anche l’ultimo baluardo e resta solo la disillusione». E Antonio Di Pietro gongola.