Sondaggio choc nell'Unione: 20 punti sotto la Casa delle libertà

Dini: "Così non voto il Dpef". Di Pietro e Diliberto: "Vuole sostituire il
Professore". Le minacce di rottura del senatore della Margherita
accendono lo scontro tra riformisti e antagonisti

da Roma

L’aria «irrespirabile» di cui si lamenta Prodi circola soprattutto nella sua maggioranza.
L’ultimo sondaggio interno arrivato sulle scrivanie dei leader dell’Ulivo segnala che la forbice del consenso tra centrodestra e centrosinistra continua ad allargarsi, e sfiora ormai i 20 (19,5 per l’esattezza) punti di differenza. A favore della Cdl, naturalmente. Il Partito democratico resta fermo al palo, con i Ds che salgono di uno 0,1 per cento e la Margherita che cala altrettanto: somma totale dei due partiti, il 24,6 per cento. Con Forza Italia che sale leggermente e sfora il tetto del 30 per cento. Uno scenario da suicidio, che ha un’implicazione obbligata: l’unico rischio che l’Unione non può assolutamente correre è quello di elezioni anticipate a breve termine.
Ma gli scricchiolii continuano, il malessere dentro l’Unione è ai livelli di guardia, l’insofferenza dei partiti verso il governo cresce: il Comitato politico dei ds, giovedì scorso, è stato un rosario di j’accuse contro Prodi, che solo Piero Fassino ha cercato di frenare ricordando che «il governo siamo anche noi». L’ultimo segnale è arrivato ieri da Lamberto Dini, esponente di rilievo della Margherita: se sulle prossime scelte economiche, a cominciare dal Dpef, Prodi si farà condizionare dalla sinistra radicale, «il governo può andare incontro a brutte sorprese, soprattutto al Senato». Il presidente del Consiglio dunque stia attento, perché «mica c’è solo Rifondazione che può far cadere il governo», anche Dini (e altri senatori che la pensano come lui) sono pronti a votargli contro.
L’ultimatum di Dini ha messo in fibrillazione la sinistra dell’Unione. Il verde Paolo Cento lo accusa di lavorare «per una svolta neocentrista e istituzionale», ossia un governo di larghe intese. Il leader del Pdci Diliberto la vede nello stesso modo e personalizza: «Dini sta sperando di fare il premier, e per farlo deve far cadere Prodi». E anche Di Pietro annusa «prove tecniche di governo istituzionale». Il segretario del Prc Giordano avverte che la sinistra non arretrerà di un millimetro: «Siamo determinatissimi nel chiedere un risarcimento sociale, a cominciare dall’abbattimento dello scalone dell’età pensionabile». Dini, dicono ai piani alti di Rifondazione, è «il pasdaran» di un’area interna ed esterna alla maggioranza che «comincia ad intravedere un dopo-Prodi in tempi ravvicinati» e che «non vede l’ora di liberarsi di noi, sapendo che ci sono punti sui quali non potremo mai arretrare: dalle pensioni alla base di Vicenza. Mine che possono diventare trappole mortali per il governo». Paolo Cento però minimizza: sullo scalone si troverà un’intesa su un sostanziale rinvio di un anno, e l’invettiva di Dini può «far comodo anche a Prodi, perché gli consente di giocare a fare il mediatore tra riformisti e radicali». In una situazione nella quale nessuno ha un «piano B» in caso di caduta del governo. Tanto che da più parti si assicura che sia stato sancito «un patto di ferro per tenere in piedi questa maggioranza» ed «escludere ogni accordo con la Cdl su governi tecnici». Patto sottoscritto da Fassino e da Rutelli, che «non a caso nell’ultimo Consiglio dei ministri è stato il più duro contro Berlusconi per la battuta sul regicidio».
In casa ds, i fassiniani non confermano il patto esplicito, ma assicurano che il segretario ds è convinto che «qualsiasi sospetto di inciucio devasterebbe innanzitutto noi, e le elezioni sarebbero una catastrofe dalla quale neppure l’arcangelo Gabriele candidato premier ci salverebbe: figurarsi Veltroni. Che è il primo a saperlo, e oggi non si candiderebbe nemmeno». Quindi l’unica è prendere tempo, cercare di «svegliare Prodi dal coma», come dice un dirigente della Margherita, e andare avanti così. Magari, dicono i fassiniani, «con un Prodi bis», un «rimpasto» che rilanci un po’ il governo. Ma nella Quercia c’è chi non nasconde il sospetto che D’Alema abbia altre idee in testa. «I suoi appelli a Berlusconi sono sempre più espliciti», insinua un fassiniano citando l’intervista al Tg5. Di certo, c’è che il vicepremier e il segretario sono su linee diverse, anche sul Partito democratico. D’Alema (e anche Rutelli) vogliono usare le «primarie» di ottobre per la Costituente per contarsi, capeggiando liste concorrenti che servano a misurare il loro peso. È quella «corrida di leader del passato» che lo stratega veltroniano Bettini ha paventato pochi giorni fa, e che ha il primo obiettivo di sbarrare la strada al sindaco di Roma. Ma anche quello, sospettano i prodiani, di dare un colpo di grazia al ruolo del premier.