La Sonnambula risveglia il Carlo Felice

Quando, tornando dal foyer, il pubblico ha trovato la platea avvolta in una nuvola di fumo, qualcuno ha forse pensato ad una maledizione che incombe sul Carlo Felice; e ha temuto che anche questa «Sonnambula», allestita dal Teatro della Maestranza di Siviglia, dopo tanta fatica non ce la facesse ad arrivare in fondo. Ma è stato un falso allarme, per fortuna: solo un effetto speciale per la regia molto particolare di Patrick Mailler e per il suo verde laggio laser, che al momento di «Ah, non credea mirarti», ha letteralmente inondato artisti e spettatori. Poco contenti i più tradizionalisti, che con perplessità hanno accolto la veste «cibernetica» della scena, ma indiscutibilmente d'effetto l'idea, che bene ha reso l'atmosfera onirica e allucinata che avvolge la sonnambula. Diciamo, a onor del vero, che alla suggestione non poco ha contribuito la splendida voce della protagonista Amina (Nino Machaidze), che ha donato al pubblico un momento di rara intensità e partecipazione. Questo al culmine emotivo dell'opera, in un secondo atto nebbioso, dominato dalla malinconia e in contrasto con la prima parte, di tutt'altro sapore, un gigantesco patchwork di scene (Maria Rosaria Tartaglia) e costumi (dello stesso Mailler) in variegate fantasie - seppur bianco-grigio-nere - che ha dato un bel movimento al tutto. Bella la trovata finale del rapido rovesciamento di vestiti che crea un'esplosione di colori sgargianti e bella anche l'idea delle scatole che all'uso possono trasformarsi in pacchi dono, in valigie, o addirittura, accatastate una sopra all'altra, in mobili ed elettrodomestici, a creare un (ben poco belliniano, ma simpatico) focolare domestico: insomma, una sottolineatura dell'aspetto semiserio piuttosto che di quello idilliaco, che pure ha grande parte in Bellini. Non male la sfera trasparente che ruota sul palco e in cui dorme la sonnambula, un po' meno indovinato lo sfondo della fine d'opera, che come tutte le proiezioni risulta sempre un po' slegato dal resto della scena. Ma veniamo ai protagonisti, che nel complesso hanno degnamente affiancato la Machaidze: la «nostra» Barbara Bargnesi (Lisa), brillante, bella voce e soprattutto bella musicalità, ha vestito i panni di un'ostessa più determinata che civettuola. Bravo e arguto Carlo Colombara, ha restituito un personaggio saggio e buffo, che bene controbilanciava il candore di Amina e l'ingenuità degli altri personaggi; un po' meno preciso il tenore José Bros (Elvino), che non sempre ha avuto impeccabile intonazione e che nel duetto del primo atto tendeva a coprire la voce del soprano. Buoni sostanzialmente gli altri ruoli (Nicoletta Curiel, Teresa; Carlo Striuli, Alessio; Angelo Casertano, un Notaro) e il coro e buona la direzione di Daniel Oren, che è riuscita a tenere l'orchestra in una dimensione sonora abbastanza contenuta, al servizio delle voci. Molti e scroscianti gli applausi del pubblico.