Il sonnambulo Broch a spasso tra gli incubi del mondo moderno

«Il racconto della serva Zerlina» è la storia più piccante dell'autore di «Gli incolpevoli» Un gigante sottovalutato del Novecento

In copertina la sua faccia si getta verso il lettore, allucinata. Capelli all'aria, naso aquilino, occhi oceanici. «Mi pareva di vedere in lui un uccello, grande e bellissimo, ma con le ali mozze», così lo descrive Elias Canetti, che lo venerava. In effetti, la faccia di Hermann Broch, quella che sembra precipitare fuori dalla copertina Feltrinelli della prima edizione de La morte di Virgilio, novembre 1962, sembra quella di un rapace, di una poiana. Robert Musil, invece, «aveva in sé qualcosa di una tartaruga». La tartaruga odiava visceralmente la poiana. «Da Musil non mi è mai accaduto di udire una parola buona sul conto di Broch», ricorda quella pettegola di Canetti. Musil era convinto che I sonnambuli, l'opera di Broch di cui parlava tutta Vienna, fosse una scopiazzatura inconscia de L'uomo senza qualità. Anche Ladislao Mittner, speculando sul «moderno romanzo psicologico e saggistico», penserà che «Thomas Mann, Musil e Broch costituiscono quasi un'ideale famiglia, degnissima d'inserirsi nella famiglia di Proust e di Joyce, di Virginia Woolf e di Aldous Huxley».In 45 anni ne passano di fiumi sotto i torrioni della letteratura: letti oggi, I sonnambuli (riediti da Mimesis, in tre volumi, nel 2010) sono un'opera che gronda polvere.

Resta, invece, inviolato e impossibile («forse è impossibile scrivere un romanzo in questo modo», Ezio Raimondi), scritto in condizioni impossibili («per motivi estrinseci Hitler non vedevo più possibilità di pubblicare», ci dice lui), La morte di Virgilio, che racconta, con lingua totale e lirica, gli ultimi, deliranti giorni di vita dello scrittore dell'Eneide, ed è il canto funebre del tramonto dell'Occidente, insieme a Finnegans Wake di James Joyce e alla «Trilogia del Nord» di Céline il punto di non ritorno del romanzo europeo. Fuggito dalla prigionia nazista, sfollato negli Stati Uniti, Broch pubblicò la sua «concentrazione costante, intensissima, sull'esperienza della morte» nel 1945, pensando di aver serrato per sempre la saracinesca del genio. Invece, nel 1950, un anno prima della morte, su istigazione del suo editore, Broch riprende «una serie di racconti brevi» scritti negli anni Trenta, quelli dell'amicizia con Canetti, li tratta, li rimodella, li conferma, dando vita a Gli incolpevoli, un «Romanzo in undici racconti», da cui Adelphi estrae quello più piccante, Il racconto della serva Zerlina (pagg. 84, euro 10, traduzione di Ada Vigliani), «una delle più grandi storie d'amore che io conosca», parola di Hannah Arendt.D'altronde, l'edizione Einaudi di Gli incolpevoli (anno di grazia 1963) ci avvisa che è proprio questa «l'opera più significativa di Hermann Broch», in sintesi (questo è ancora Mittner) «la sua parola definitiva ed umanamente più compiuta».

Comunque la si pensi e io penso che La morte di Virgilio sia un miracolo letterario e che le Poesie di Broch, edite nel 2009 da Città Nuova, andrebbero rimesse in circolo librario il racconto è delizioso (peccato, soltanto, per le ultime, asfissianti, 15 pagine della Postfazione di Luigi Forte: perché non riprodurre la breve e incisiva Nota sulla genesi del romanzo di Broch, una riflessione possente sul «compito dell'arte» nell'epoca del dominio della scienza, sul romanzo che deve «rappresentare l'uomo nella sua interezza»?).Zerlina è la popolana desunta dal Don Giovanni di Mozart, solo che, diversamente dal capolavoro operistico, la Zerlina di Broch non è divina e casta, ma laida e lussuriosa. Un giorno di domenica, all'annoiato A., uno che «non amava il denaro» ma «gli era connaturato» il «fiuto nel far soldi», Zerlina, ormai vecchia, confessa il segreto che aleggia nella casa in cui lavora. La virile baronessa che affitta la stanza ad A., si fece ingravidare da quel «gran bell'uomo» di von Juna, seduttore seriale. Zerlina, solerte ad accontentare le rapide voglie dei soldati di passaggio, s'incapriccia del seduttore, lo vuole per sé, la baronessa le pare algida e scema. Il centro del racconto narra i dieci giorni di sesso sfrenato tra la servetta e il Don Giovanni «ero nuda, e lui mi ha resa ancora più nuda, come se persino la nudità potesse venir spogliata di altri indumenti» nel casino di caccia dove il tipo, tra l'altro, si faceva pure la moglie del guardaboschi. I due fanno l'amore come bestie, ma Zerlina, che ha capito tutto («Un uomo simile non è capace di amare, sa solo servire, e in ogni donna che incontra serve quell'unica che non esiste»), che spinge l'amore fino alla ferocia dell'odio, medita di vendicarsi.L'occasione gli viene scodellata sul piatto d'argento: la moglie del guardaboschi viene uccisa.

Zerlina ha le lettere che inchiodano von Juna, e le spedisce al giudice il quale, guarda caso, è il marito cornificato della baronessa. Il finale, perfetto, leggetevelo voi. La morale è chiara: Zerlina è una specie di divinità dell'amore, una umile filosofa (difficilmente udiremo una colf apostrofarci così: «A mani vuote le cose dimenticate sorreggono l'indimenticabile, e dall'indimenticabile noi stessi veniamo sorretti»), che ha capito, attraverso la pratica ossessiva del sesso e vigilando sull'architettura labirintica delle emozioni, «come l'instabilità e l'inconsistenza siano la vera natura di tutte le cose» (questo è Kuki Shuzu ne La struttura dell'Iki). E che, al ricco, annichilito, anaffettivo A., dona la regola aurea, «prenditi una ragazza vera, con la quale ti piaccia andare a letto e alla quale piaccia venire a letto con te» (che è poi il finale di Eyes Wide Shut di Kubrick, con la virgine Kidman che sussurra all'imbolsito maritino: «C'è una cosa molto importante che dobbiamo fare il prima possibile: scopare»). La vita, in fondo, infine, è tutta qui: fare del buon sesso. Il resto, è l'oscena lussuria dei pensieri, che ci porta ad amare soltanto ciò che ci sfugge per sempre.