«Sono in 8 e stanno arrivando da Pechino»

Nelle intercettazioni i dialoghi tra i membri della banda. «Portali in Paolo Sarpi, vi aspettano là»

Enrico Lagattolla

«Sono arrivati?». «No, ancora no». «Hanno chiamato da Pechino, mi hanno detto che arriveranno verso le 8. Tu comunque fai un giro in zona Paolo Sarpi per aspettarli, che comunque abiteranno lì». Una delle tante telefonate intercettate dagli uomini della Squadra mobile. Una conversazione tra due dei membri dell’organizzazione sgominata ieri. Sette cinesi e un italiano arrestati con le accuse di associazione per delinquere finalizzata all’ingresso di clandestini, e allo sfruttamento della prostituzione.
Le comunicazioni tra Pechino e Milano seguono uno schema fisso. L’arrivo del gruppo di clandestini, il loro numero e la loro destinazione. Il 15 aprile scorso, dalla Cina chiamano dicendo che «da parte mia ci sono 16 persone, le donne sono più degli uomini». «E dove devono andare?». «Alcuni in Francia, altri in Austria». «Per il lavoro...?». «Ci sono due donne che vengono in Italia proprio per fare le prostitute».
La sponda italiana dell’organizzazione ha il suo epicentro in via Canonica. È lì, al civico 36, che si trova la base logistica del gruppo, dove si concentrano i nuovi arrivati e da dove i clandestini vengono smistati in altri appartamenti sparsi in Lombardia. Per restare in Italia, o per un transito temporaneo, diretti in altri paesi europei. «Ieri sono entrate a Parigi tre persone di Sandong e cinque di Shen Yang - è il dialogo tra due «accompagnatori» -, per le persone della Spagna ci devi pensare tu».
Ma quelli che restano, sanno già dove andare. «Oggi devo prendere delle persone?». «Ne arrivano quattro o cinque. Ce n’è una di Dalian (città a nord della Cina, ndr). Tu valla a prendere e portala in zona Paolo Sarpi, che ci sarà un’altra persona ad aspettarvi. Hai altre persone da accompagnare in Paolo Sarpi?». «Sì».
Gli indagati, oltre all’«accoglienza» dei clandestini, al loro collocamento a Milano o in altri paesi Schengen, avviavano le donne alla prostituzione in falsi «centri massaggi». Ma, stando all’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Guido Salvini, non è contestato il reato di riduzione in schiavitù, perché non si sarebbero registrati «comportamenti di costrizione, vessazione e minaccia». Dunque, il lavoro nei centri massaggi rimarrebbe «sostanzialmente una libera scelta».
Le case d’appuntamento, definite nelle conversazioni telefoniche «negozi», erano gestite da donne di fiducia (anch’esse prostitute) che organizzavano il lavoro delle ragazze: orari, clienti, provvigioni. Un’attività altamente remunerativa. In una serie di conversazioni telefoniche tra due prostitute cinesi, tra il 30 novembre e il 2 dicembre scorsi, è emerso che in un appartamento di Legnano messo a disposizione da Francesco Aiello (l’unico indagato italiano), la casa avrebbe «fatturato» in un solo mese quasi 16mila euro (3mila dei quali destinati alle ragazze), e contato 526 clienti. Somme poi versate in contanti in diversi istituti bancari, in particolare la Bank of China. «La padrona è andata via - racconta al telefono una prostituta -. Domani inizio a lavorare da sola. Ogni prestazione sono 50 euro, io ne prendo 10. Se paga 30 io non prendo nulla. La casa è piccolissima. Una camera e un bagno. Quando lei ha un cliente, io devo andare in bagno perché non c’è spazio». «Stai lì ancora per un po’- le rispondono -. Poi, se trovo qualche altro posto, ti faccio sapere».