«Sono allibito da Casini: ora fa il giustizialista ma l’Udc non ha i titoli»

Non partecipa al linciaggio di chi è finito sui giornali. Anzi, frena: «In questa inchiesta Enav-Finmeccanica vedo la solita Babele di nomi». Però Carlo Giovanardi (nella foto), sottosegretario nel governo Berlusconi e prima ancora nell’Udc e in un’altra vita democristiano, qualche sassolino se lo toglie: «Sono rimasto allibito quando ho visto che l’Udc, il mio vecchio partito, votava in parlamento per l’arresto di Papa. Non mi risulta che l’Udc sia meglio degli altri».
Si riferisce al coinvolgimento dell’Udc in questa indagine?
«No, parlo del nodo dei finanziamenti alla politica. Quanto a Finmeccanica, non entro nel merito. Come al solito in questi casi si mischiano nomi diversi che hanno responsabilità e ruoli diversi. C’è chi è indagato, chi è chiacchierato solo sul piano dell’opportunità, chi si trova nelle carte per un dettaglio marginale. Ma l’opinione pubblica penserà immediatamente che sia tutto uno schifo, che siano tutti corrotti».
Al di là dei giornali, ritorna il vecchio problema del finanziamento della politica?
«In Italia si continua a demonizzare il finanziamento ai partiti, ma i partiti hanno bisogno dei soldi. Io non ho paura di andare controcorrente e di affermare: viva il finanziamento della politica».
Un attimo: la Dc fu seppellita dai flussi di danaro in nero. Non se lo ricorda?
«Allora andava di moda colpire la Dc e il Psi. Oggi l’obiettivo è diventato il Pdl, ma il tema è generale. Chi è senza peccato scagli la prima pietra».
Casini e l’Udc in Parlamento hanno attaccato Alfonso Papa votando per il suo arresto. Se l’aspettava?
«Sono rimasto allibito. La nostra tradizione, la tradizione democristiana, non contemplava questa insensibilità. Invece l’Udc si è fatta prendere la mano. Un rigurgito di giustizialismo che mi ha lasciato sgomento. Ma Casini, come Bersani, come Grillo e come tutti quelli che hanno puntato il dito contro il governo Berlusconi, non ha i titoli per darci lezioni. Mi spiace, ma sul punto non accetto prediche da nessuno. E le inchieste, che colpiscono quelli che ci attaccavano, lo dimostrano».
Papa era stato arrestato per gravi reati.
«Non importa, non avrei mai immaginato che l’Udc potesse tenere in Parlamento questa linea. Faccio sommessamente notare che se Papa fosse stato in aula, come lui chiedeva, il giorno in cui si votò il rendiconto dello Stato non sarebbe finita 270 pari».
Cosa sarebbe cambiato?
«Oggi il governo di cui facevo parte, l’esecutivo Berlusconi, non c’è più, ma non dimentichiamo che l’ultima fase, la caduta finale, è cominciata proprio con quel voto. Quel conteggio, con il pareggio imprevisto, ha messo in moto la valanga che ha travolto il premier. Forse sarebbe finita allo stesso modo, ma non quel giorno. E invece Papa non c’era, anche grazie a Casini».
Casini avrebbe dovuto tenere un’altra linea?
«Il nostro governo era in crisi. Casini e Bersani avrebbero potuto attendere la primavera e intanto mettere insieme una piattaforma programmatica alternativa. Invece».
Invece?
«Casini e tutti gli altri hanno fatto il giro delle capitali europee ricoprendoci di ridicolo, ci hanno accusato di tutte le oscenità del mondo, Casini ha addirittura votato la mozione di sfiducia a Bondi perché a Pompei era caduto un muretto».
Scusi Giovanardi, non era proprio un muretto.
«È stato un episodio ridicolo. Ma poi, vede, le inchieste girano e cambiano obiettivo. Del resto il nostro sistema giudiziario è un mistero».
In che senso?
«Mah. Papa non può andare in parlamento da luglio, Filippo Penati, il dirigente del Pd che è accusato di aver intascato tangenti per milioni, va tranquillamente in consiglio regionale».
Due pesi e due misure?
«Le indagini sono sempre un rompicapo. Spesso i colpevoli si scoprono innocenti. Io ho scritto un libro, Storie di straordinaria ingiustizia, per denunciare gli eccessi e gli errori di Mani pulite, le tante assoluzioni arrivate fuori tempo massimo. Non è così che si può migliorare la politica. Casini e Bersani dovrebbero saperlo».