«Sono gli altri a sbagliare» La metamorfosi di Tps imbarazza il Professore

Rigido e intransigente, il ministro non sopporta gli attacchi e non esita a reagire in maniera scomposta. Palazzo Chigi non sa più come arginarlo

Fabrizio Ravoni

da Roma

Il confronto è stato «franco e sincero». È la formula in uso per dire che fra due ministri sono volate parole grosse. Ieri un confronto «franco e sincero» c’è stato, al telefono, fra Tommaso Padoa-Schioppa e Romano Prodi. L’argomento viene tenuto top secret. Ma è probabile che sia da mettere in relazione al blitz del ministro dell’Economia al direttivo della Confindustria.
Prodi avrebbe cercato di dissuaderlo dall’iniziativa. Ma soprattutto avrebbe cercato di convincerlo a non assumere posizioni rigide con gli industriali, del tipo: se insistete sul tfr, vi togliamo il cuneo. Il ministro non solo ha comunicato al presidente del Consiglio che sarebbe comunque andato in Viale dell’Astronomia e che intendeva proprio dire quel che poi ha fatto sapere alle agenzie di stampa. I toni si sarebbero alzati di parecchi decibel. Ed al premier sarebbe andata di traverso la visita in Libano.
Solo la moglie e chi gli è stato (e gli è) realmente vicino, sa che Padoa-Schioppa non sta subendo una trasformazione genetica: è realmente così. Rigido ed intransigente fino a sfiorare l’arroganza. Prima di diventare ministro, ciò avveniva solo a «porte chiuse». Da quando è ministro, anche in presenza di testimoni.
Palazzo Chigi ormai non sa più come tamponare Padoa-Schioppa. Ogni giorno un’esternazione. A Lussemburgo se l’è presa con le agenzie di rating: sono sempre le ultime ad accorgersi realmente di quel che succede in un Paese. Ieri con gli industriali: con lo scambio Tfr-cuneo. Per un po’ di tempo la Presidenza del Consiglio ha provato a mandarlo in pubblico «accompagnato» da qualcuno che poteva tirargli la giacca. Da un po’ di tempo, la marcatura è saltata. Come l’altro giorno, durante l’incontro con i sindaci. L’intransigenza di Padoa-Schioppa rischiava di rompere il difficile equilibrio politico, raggiunto con i primi cittadini. «O si fa così o non se ne fa niente», avrebbe detto il ministro.
Ad estremizzare le sue posizioni ha contribuito non poco l’isolamento in cui è caduto dopo la polemica estiva con l’economista Giavazzi; e dopo la legge finanziaria. I suoi amici, i suoi interlocutori, tutti quegli accademici che fra loro parlano sempre in inglese, gli hanno girato le spalle. E questo sarebbe il minimo. Non passa giorno che uno di loro non scriva peste e corna sulla manovra: Perotti, Alesina, Boeri. Ma soprattutto Giavazzi; che ancora ieri sul Riformista ricordava come questa legge finanziaria sia «pessima»: riduce il deficit con le entrate in eccesso, così da creare spazi per maggiori spese.
Padoa-Schioppa non riesce a somatizzare queste critiche in quanto le respinge. Reagisce ad esse non con il confronto, con la volontà (e modestia) di comprendere da dove nascano, ma con l’isolamento intellettuale. Sono loro che sbagliano, che non capiscono, dice ai più stretti collaboratori. Perchè protestano le imprese? Sono quelle che hanno preso di più dalla manovra: ha detto in Parlamento. I contribuenti temono di pagare più tasse? Non è vero, ribadisce con granitica certezza. Il risultato è che ha assunto un atteggiamento analogo a quello che portarono i quotidiani inglesi a titolare «il continente è isolato» per commentare lo sciopero dei traghetti sulla Manica. Con il risultato che la sua attuale immagine pubblica è esattamente l’opposto di quella che ha costruito «in quarant’anni di banchiere centrale».
Un ruolo non secondario nella sua trasformazione pubblica lo ha giocato anche l’uscita di scena di un personaggio come Carlo Azeglio Ciampi che con la sua autorevolezza, con la sua parola, ha sempre supplito alla scarsa sensibilità politica di Padoa-Schioppa. Fin dai tempi della Banca d’Italia. All’epoca i confronti «franchi e sinceri» Padoa-Schioppa li aveva con Lamberto Dini. Ma raramente uscivano da Via Nazionale. Oggi sono tutti i giorni sui giornali.