Sono ancora vivi

In Cambogia, nell’indifferenza generale, stanno processando alcuni degli anziani Khmer rossi responsabili dei milioni di civili ammazzati una trentina di anni fa. Mi è capitato di occuparmi di genocidi, in vita mia, soprattutto tra quelli meno ricordati: gli armeni in Turchia, gli zingari nei lager tedeschi. Ma confesso che niente, con gli anni, seguita a impressionarmi come ciò che accadde in Cambogia dal 1975 al 1979. Un terzo o un quarto della popolazione sterminato scientificamente, soprattutto vecchi, bambini e donne. Un intero popolo cacciato dalle città per rurarizzarlo, proletarizzarlo, annullarlo attraverso la distruzione d’ogni carta d’identità. Le madri separate dai figli, per legge, il potere ai bambini in quanto puri. Il divieto di manifestare affetto, persino di piangere. Un terzo di tutti i maschi cambogiani ucciso perché ritenuto una spia. La metà di tutte le uccisioni fatta con spranghe di ferro, per risparmiare sulle pallottole. L’uccisione della totalità dei monaci e dei fotoreporter. Torture incredibili. Detenuti costretti a divorare pezzi del loro corpo prima d’essere uccisi. Accadeva ieri, quando erano già morti Stalin e Ho Chi Minh e persino Mao. Ora stanno processando alcuni responsabili di tutto questo: sono ancora vivi. Non ne parla praticamente nessuno.