"Sono un bimbo aggressivo e egoista"

da Roma

Di persona, è molto meno brutto di com’è nei suoi film Mister Bean, al secolo l’attore e baronetto inglese Rowan Atkinson, un ingegnere elettronico del ’55, che ha fatto fortuna portando sullo schermo tic e manie dell’«infantilismo internazionale». Ha detto proprio così, lui, uno che al Globe Theatre è di casa, lanciando ieri dalla splendida Villa del Cedro la sua ultima fatica: Mr. Bean’s Holiday, distribuito in pompa magna dalla Nbc Universal (da venerdì nelle sale). Ormai anche i sassi conoscono il cinico personaggio, in completo di tweed marrone, spesso a bordo della sua Mini, odiosamente devoto a se stesso. Ma stavolta Rowan ha fatto un film molto diverso dai precedenti, più in stile europeo, per storia e ambientazione. E, partendo dall’idea d’una vacanza in Francia (Mr. Bean vince, alla lotteria della parrocchia, una settimana di vacanza nel Midi, direzione Cannes), imbastisce una serie di situazioni comiche irresistibili: insomma, si ride quando l’imbranato cronico prende l’Eurostar per Parigi, per poi imbattersi in un cineasta russo (il cecoslovacco Karel Roden), giurato al Festival di Cannes. Naturalmente, arrivare sulla spiaggia non sarà facile e, per la prima volta, lo spettatore potrà sentire qualche involontaria frase del solitamente muto cialtrone.

«Mi è sempre dispiaciuto che nel primo film Bean parlasse tanto. Metterlo in un ambiente in cui non parla la lingua, significa far sì che lui sia costretto ad affrontare ogni situazione senza parole», dice sir Atkinson. «Sono passati dieci anni dal mio ultimo lavoro ed è strano, certo. Ma mi sono preso più tempo per scrivere la sceneggiatura ed io non sono uno scrittore, sebbene lo script cominciasse così: “Mr. Bean va in vacanza”», spiega l’attore, che a teatro ha vinto svariati premi. «Il mio personaggio è come un bambino di dieci anni, aggressivo, vendicativo e egoista, che pretende di essere sempre al centro dell’attenzione».
E se da anni ci si affanna a trovare il modello originario, cui Atkinson s’ispirerebbe, ora il riferimento immediato si chiama Jacques Tati. «Da liceale organizzavo le proiezioni a scuola e ricordo che un’estate la passai, quasi del tutto in solitudine, a guardarmi Le vacanze di Monsieur Hulot, dove il mio comico preferito, Jacques Tati, si trovava alle prese con un week end da riempire. Fu un’epifania straordinaria: scoprii come si sta nel giardino segreto, dove passeggia la privacy». Pure colto, garbato, vagamente spirituale, questo comico con gli occhi a palla e le narici a vista fa uno strano effetto, british com’è, inquadrato nel vano neoclassico d’una villa ai Parioli. Ma cosa c’è, ancora di diverso dai precedenti Mr.Bean? «Il mio personaggio è più infantile, più sgradevole, più aggressivo e, dato il co-sceneggiatore francofono, Simon McBurney, tutto risulta più sciolto. Adoro le commedie con i personaggi, non quelle standard», prosegue Atkinson, sottolineando quanto sia importante il ritmo, nei suoi film. «Il mio Bean è senza tempo e senza connotazioni politiche e ciò consente di esportarlo ovunque. Direi che fa cose socialmente distruttive, più che politicamente scorrette», conclude, rendendo vano ogni tentativo di tirarlo per la giacchetta (di tweed, ci mancherebbe), secondo l’italico vizio d’incasellare a o dritta o a manca ogni libero artista. Ci sarà, nel futuro, un altro Mr. Bean che, magari, si sposa? «Mai dire mai. Anche se il fisico non mi assiste più come un tempo», riflette Rowan, congedadosi. Il comico muto, infatti, è stanco: ha parlato troppo.