Sono casi rari, la Chiesa non nega più le esequie

La dura decisione di negare i funerali religiosi è stata presa dal vescovo di Sulmona sulla base del canone 1184 del Codice di diritto canonico, dove si legge che «Se prima della morte non diedero alcun segno di pentimento, devono essere privati delle esequie ecclesiastiche... i peccatori manifesti, ai quali non è possibile concedere le esequie senza pubblico scandalo dei fedeli». Questa norma, presente nel Codice promulgato nel 1984 da Papa Wojtyla, contrasta però, almeno in parte, con una prassi ormai invalsa e soprattutto con il «Direttorio Pastorale familiare» della Conferenza episcopale italiana, che al n. 234 recita: «Un’attenzione pastorale va riservata al problema della celebrazione dei funerali religiosi di quei fedeli che, al momento della morte, si trovavano in una situazione coniugale irregolare. Poiché il senso del funerale cristiano consiste propriamente... nell’implorazione della misericordia di Dio sul defunto, nella professione di fede nella risurrezione e nella vita eterna, nell’invocazione per tutti, e in particolare per i familiari, della consolazione e della speranza cristiane, la celebrazione del rito delle esequie non è vietata per questi fedeli». Dunque secondo la Cei il funerale per i divorziati risposati non «è vietata», ma anzi si suggerisce ai sacerdoti di «utilizzare con intelligenza» l’omelia anche per alcuni richiami al valore del matrimonio e della sua indissolubilità. Casi come quello di Sulmona sono rari. E spesso la prassi è diversa. Basti pensare che durante la messa di apertura del Congresso eucaristico di Bari, nel maggio 2005, proprio il cardinale Camillo Ruini aveva dato la comunione al presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, che non ha mai nascosto la sua convivenza con un compagno omosessuale.