«Sono in cerca di una patria»

Lo scrittore altoatesino vive da sempre la difficile condizione di un italiano di cultura tedesca diviso tra due paesi

È nato a Merano, cresciuto a Graz. Ha studiato in collegio a Zurigo e all'università di Vienna. Ha lavorato per la radio e la stampa austriache, ha viaggiato in Messico, Canada, Grecia; nel Nord degli Stati Uniti in autostop e a piedi sulle vie di Roma, le spiagge dell’Egeo, i sentieri della Val Pusteria. Da oltre vent’anni vive a Terento (Bolzano), in un maso con travi a vista e Stube tirolese, ma adesso che si sta separando dalla moglie, la pittrice Sandra Morello, dorme più spesso a casa di un amico che nella sua baita affacciata sulle Dolomiti. Ha passaporto e cittadinanza italiani, nome e accenti tedeschi. Scrive nella lingua della madre: la Muttersprache fraternamente condivisa con Hölderlin e Musil. Pubblica però in traduzione nella terra del padre, che lo infastidisce chiamare Vaterland, “patria”, per gli echi nazionalistici che vi risuonano. Preferisce dire Heimat, “paese natio”: intraducibile “matria”. Tanto più che la regione italiana che gli diede i natali (nel 1935) non coincide con quella scelta dal padre nel 1939, «l’anno delle opzioni» in cui, per risolvere la questione altoatesina Hitler e Mussolini imposero l’aut-aut: o l’Alto Adige da italofoni, o la lingua e l’identità tedesca nel Terzo Reich. Fu allora che la sua famiglia partì per l’Austria...
Posizione paradossale
Ma allora, a chi appartiene Joseph Zoderer? Di chi è: «di dove» è? Lui che, «all'estero» dall’età di quattro anni, è ritornato più che quarantenne e «da estraneo» in Tirolo, per viverci (quasi) stabilmente dal 1978. Oggi di anni ne ha 70, ed è tuttora un senza patria: sradicato, heimatlos. O, almeno, dagli anni Settanta del suo debutto (data 1976 il romanzo d’esordio, La felicità di lavarsi le mani) fino al presente del suo capolavoro storico e autobiografico (Il dolore di cambiare pelle, Bompiani), si tiene allacciato con la scrittura alla propria paradossale posizione: inscritto dentro un’appartenenza tanto più difficilmente radicata quanto più salda, in un’identità tanto più confinata da frontiere linguistiche e geografiche quanto meglio definita e protetta.
Dunque di dove è Joseph Zoderer l’autore straniero, l’altoatesino transfrontaliero? «Per un sudtirolese - risponde, cominciando col rovesciare la prospettiva: per un austriaco l’Alto Adige è Südtirol, l’Italia non può essere la patria. È la mia terra d’origine, la terra materna, la “matria” dove si nasce senza meritarla né sceglierla. È capitato che venissi al mondo là, sotto il cielo di Merano, da un padre che non conosceva due parole di italiano e che contro l’Italia aveva combattuto al seguito del Kaiser Franz Joseph. Per un altro impero poi, il Terzo, il Reich hitleriano, l’avrebbe lasciata».
E per Joseph bambino Il cielo sopra Merano che intitola l’ultimo racconto della bellissima raccolta La vicinanza dei loro piedi (uscita prima in Italia che in Germania, nella traduzione di Umberto Grandini, pubblicata l’anno scorso dall’editore Nicolodi) iniziò subito a confondersi con quello di Graz, per sovrapporsi più avanti, con quello di Bolzano e New York. «Quella era la mia situazione, partenza e poi esilio: non ne conoscevo, né desideravo un’altra. È lo stesso ora: sono figlio della cultura germanica, nelle orecchie e nel cuore ho Goethe e Grillparzer piuttosto che Dante e Petrarca. L’Austria è dentro di me, sotto la pelle, ma non in senso nazionalistico: tanto più che gli austriaci sono “il napoletano” dall’ampia gesticolazione e dai costumi estranei».
È lo stesso qui, in “matria”: per gli italiani Zoderer è uno straniero. E non a caso L’italiana, il romanzo che nel 1982 gli diede fama europea e lo consacrò al ruolo di vate della questione altoatesina, si intitola in originale Die Walsche, nomignolo spregioso equivalente al “crucco” nostrano o al “crauto” americano. Ma tutto ciò non gli causa disagi: conversatore affabile, vagamondo amabile, sorride e dice: «Posso dire di avere alcune Heimat: Heimat è dove sono gli amici».
La sofferenza delle abitudini
Molto bello. Troppo semplice: perché tra la ricerca disperata di una patria e l’esercizio di un’estraneità - la propria, cui non riesce ad abituarsi -, lo scrittore si dibatte da sempre. Der Schmerz der Gewöhnung, «la sofferenza delle abitudini» suona in tedesco Il dolore di cambiare pelle. E il libro è percorso da cima a fondo dalle stesse tensioni che hanno attraversato la storia della sua vita e della sua piccola nazione contesa. Racconta di Jul, tirolese di lingua tedesca, nato da un italiano che scelse la Germania di Hitler, marito di una siciliana figlia di un gerarca fascista, padre di una bambina morta per un tragico incidente in piscina: (quasi) tutto corrisponde alla sua biografia. È con timore che gli chiedo della figlia Brenda, cui l’opera è dedicata... «Brenda sta benissimo - ride -. È una fanciulla in fiore di quindici anni, campionessa di sci. Però il bambino annegato esisteva davvero: era il fratellino di una sua amichetta caduto nel torrente tempo fa. Parto sempre da un episodio reale: stazione da cui il mio treno narrativo prende il via. E se è saldo sui binari, viaggia bene e a lungo».
Il viaggio del Dolore è molto lungo: percorre un grande arco di tempo, un abbondante mezzo secolo di storia... «E lo precede mezzo decennio di ricerche d’archivio: tanto tempo ho impiegato per studiare le vicende del dopoguerra e poterne raccontare. È stata una scrittura tormentata. Ma dovevo fare i conti con quel passato. Da figlio (e genero) di chi fu coinvolto nei due regimi, da erede immune da conflitti e liti locali, dovevo rendere la mia testimonianza».
Critiche riduttive
A chi e perché? Ai conterranei perché prendessero coscienza del proprio status? Ai forestieri perché ne acquistassero conoscenza? Critici svizzeri e tedeschi hanno definito Südtirolbuch il romanzo e Fachmann, «esperto» della questione altoatesina il romanziere. Un po’ riduttivo... «È come leggersi James Joyce alla ricerca di informazioni sull’Irlanda. Ovvio che c’è l’Irlanda nei suoi scritti, ma una testimonianza letteraria non è una foto naturalistica di una realtà storica. Ovvio che ci sia il mio mondo nelle mie pagine: attraverso la scrittura però da decenni cerco di liberarmi della mia vita, di prenderne distanza, di emanciparmene. Scrivere è una terapia». E la cura è nella lontananza, nella partenza, nella fuga? Jul in piena crisi, all’inizio del romanzo decide di rimettersi in viaggio, e decisiva è la domanda della moglie Mara: «Per dove?». Gliela ripeto, citandolo, io che ingenuamente avevo iniziato domandandogli «di dove» fosse. «Per dove? - risponde -. Per Lisbona, adesso: è là che sto scrivendo il nuovo libro, I protocolli di crudeltà. Per poter lavorare, per riuscire a scrivere, ho assolutamente bisogno di essere straniero, lontano, oltre frontiera».

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