«Sono colpevole»: Madoff finisce dietro le sbarre

Direttamente in prigione senza passare dall’attico di Park Avenue. Nel suo ultimo giro di Monòpoli-truffa, Bernard Madoff è incappato ieri in un imprevisto: il giudice sbagliato. Quello a cui è bastato ascoltare per appena 15 minuti tre testimoni-vittime del suo raggiro da 50 miliardi di dollari (ma per l’accusa i miliardi sono 65), per annullare all’ex presidente del Nasdaq gli arresti domiciliari nel lussuoso appartamento (valore di mercato, sette milioni) e spedirlo seduta stante al Metropolitan Correctional Center, il penitenziario sulla punta sud di Manhattan, a New York. Lì, in una cella di 5 metri quadrati, quello che un tempo era considerato il Re Mida di Wall Street aspetterà la sentenza, prevista per il prossimo 16 giugno. Rischia 150 anni di carcere. L’ergastolo, insomma. «È a rischio di fuga e ha i mezzi per tentarla. La cauzione (da 10 miliardi, ndr) è revocata», ha detto il giudice motivando una decisione accolta dal pubblico in aula con una standing ovation.
Look da pentito di mafia (grisaglia con giubbotto anti-proiettile incorporato), Madoff si era presentato alle 10 del mattino al palazzo di Giustizia di Pearl Street, tra i bombardamenti dei flash dei fotografi e le urla dei clienti inferociti. Gente comune. Assenti i miliardari finiti nella rete del sempre-verde «schema Ponzi» (vedi scheda), lontane dai riflettori le star di Hollywood gabbate, tra cui il regista Steven Spielberg, più a suo agio con la fantascienza, un po’ meno con la fantafinanza.
Madoff, formalmente, è un detenuto in attesa di giudizio. Con una differenza sostanziale rispetto all’Alberto Sordi del famoso film: lui non è innocente. «Colpevole», ha soffiato con un filo di voce quando il giudice gli ha chiesto come si dichiarava. Le sue colpe sono riassunte in 11 capi di imputazione che prevedono frode, riciclaggio, spergiuro e furto, più altri reati minori. A conti fatti, valgono un secolo e mezzo di sbarre.
Durante l’udienza, Madoff ha ricostruito la propria storia di stella, prima fulgida e poi cadente, della finanza statunitense. Ha raccontato l’inizio: anni Novanta, periodo di recessione negli Usa e avvio della propria fortuna basata su un castello di carta finanziaria. E sull’avidità altrui. Rendimenti mirabolanti, garantiti dal biglietto da visita di ex numero uno del Nasdaq, il mercato hi-tech americano. «Mi limitavo a depositare i soldi dei clienti su un conto della Chase Manhattan Bank», ha ricordato. E poi: «Pensavo che ne sarei uscito presto, che sarei stato in grado di tirar fuori me e i miei clienti, ma non è stato possibile». Già. Perché ciò che la recessione dà, la recessione finisce per togliere: quando le richieste di riscatto del suo hedge fund sono schizzate a sette miliardi sotto la pressione dell’attuale crisi, il banco è saltato. «Con il passare degli anni ho capito che il mio arresto e questo giorno in tribunale erano diventati inevitabili. Non ci sono parole - ha concluso - per esprimere adeguatamente il mio pentimento».
Il mea culpa non ha impietosito alcuni testimoni, che hanno chiesto alla corte di non accettare l’ammissione di colpevolezza, che eviterà a Madoff di subire il processo. Per il sostituto procuratore, Marc Litt, il caso è però tutt’altro che archiviato: ha garantito che il governo continuerà a indagare per rintracciare fondi segreti ed eventuali complici. Non è infatti chiaro dove siano finiti i miliardi di dollari della frode e se e quando i quasi cinquemila investitori finora rintracciati riusciranno a riavere i quattrini investiti. Nell'atto di incriminazione, l’accusa ha stimato in 170 miliardi il valore dei beni di Madoff e dei suoi collaboratori destinati alla confisca: una cifra da capogiro che terrebbe conto di tutti i fondi transitati nei conti legati al finanziere nei circa 20 anni della truffa. Nel mirino è finita anche la moglie del finanziere, Ruth, che avrebbe ricevuto almeno 70 milioni di dollari dal marito.
A Madoff, che tanto ha amato le cifre, è intanto già stato assegnato un numero: «61727054». È quello da carcerato.