«Sono un cristiano non voglio servire un esercito islamico»

Il dirottatore aveva scritto una lettera al Pontefice: «Solo Lei mi può salvare da un Paese che mi considera marcio perché fedele a Cristo». Negli ultimi mesi molti i sacerdoti vittime del fanatismo

Guido Mattioni

da Milano

Nessun grido carico d’odio. Nessuna minaccia di morte contro il Papa. C’era soltanto la flebile voce dell’esigua e perseguitata minoranza cristiana in terra di Turchia dietro il disperato gesto del giovane dirottatore che ieri pomeriggio ha costretto un Boeing 737 della compagnia Turkish Airlines in volo da Tirana (Albania) a Istanbul ad atterrare allo scalo di Brindisi.
Hakan Ekinci, 30 anni, il giovane che senza armi né ordigni esplosivi si è poi consegnato in serata alle autorità italiane, è a quanto si è appreso un disertore dell’esercito turco che dopo aver inutilmente tentato di ottenere nei giorni scorsi asilo politico in Albania, dove si trovava, ha evidentemente deciso di osare il tutto per tutto sul volo che lo avrebbe riportato in patria, ma anche verso una certa quanto pesantissima condanna.
Ekinci, prima di scendere visibilmente confuso e frastornato dal velivolo dirottato e fatto atterrare a Brindisi sotto il controllo di due F16 del 37° Stormo dell’Aeronautica militare italiana, ha addirittura chiesto scusa in inglese a tutte le 110 persone presenti a bordo (tra passeggeri e membri dell’equipaggio) che aveva costretto a quell’imprevisto e comunque preoccupante fuori programma sul mare Adriatico.
Che le intenzioni del giovane non fossero minacciose era del resto trapelato già poco dopo le 19 di ieri attraverso alcune prime indiscrezioni riportate - pur se in forma anonima - dalla rete televisiva turca Ntv, che è stata in grado di mandare in onda anche una fotografia, pur se molto sfocata, del giovane disertore dell’esercito turco.
Ekinci non aveva in progetto nessuna minaccia nei confronti del pontefice e del suo annunciato viaggio in Turchia a novembre. Anzi, secondo quanto è stato diffuso dall’emittente televisiva, il 30 agosto scorso il giovane aveva scritto una lettera proprio a Papa Benedetto XVI. Si era trattato di una confessione, di un appello. Di più: una richiesta d’aiuto.
Una missiva iniziata con le parole «Caro Papa, sono un cristiano e non voglio servire in un esercito musulmano» e in cui il giovane, oltre a dichiarare la conversione al cristianesimo - «Dal ’98 sto frequentando una chiesa e ho trovato la vera via» - si rivolgeva al pontefice «come leader dei cristiani e del mondo cristiano» rivelandogli la sua impossibilità «a respirare in un Paese musulmano». E aggiungendo: «Aiutami a non andare a fare il servizio militare in Turchia perché sono un obiettore di coscienza».
Spiegando di origine macedone, Ekinci ha poi scritto al Papa che «la Turchia costringe gli immigrati a essere turchi e musulmani», che «nelle scuole costringono tutti a studiare morale islamica e religione» e che dopo 18 giorni di leva, «grazie all’aiuto di Gesù Cristo» era stato riformato come «individuo marcio» ma poi richiamato. Di lì, la sua decisione di disertare e fuggire in Albania. «Mi salverà solo Lei, Sommo Pontefice. Per questo mi consegno a Lei e la prego di darmi il suo aiuto per amore del Cristianesimo e del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo».
Non è del resto una novità la difficile esistenza dei poco più di 100mila cristiani (quasi 60mila gli armeni ortodossi e 25mila i cattolici) che vivono in un Paese di 70 milioni di musulmani. Un clima confermato proprio quest’anno da tre fatti di sangue. Il 5 febbraio scorso, a Trabzon, l’antica Trebisonda, l’episodio sicuramente più atroce, con l’uccisione in chiesa, proprio davanti all’altare, del sacerdote italiano don Andrea Santoro, 60 anni, colpito alla schiena mentre pregava da un fanatico sedicenne che gli aveva esploso contro due colpi di pistola all’urlo di «Allah Akhbar, Allah è grande!».
Pochi giorni dopo, il 9 febbraio, lo stesso identico grido carico d’odio, seguito dalla minaccia «Vi faremo morire tutti!», era riecheggiato sotto le volte della chiesa di Sant’Elena, a Smirne. Un gruppo di invasati, in quell’occasione, si era però fortunatamente limitato a lasciare al suolo, pesto e sanguinante, Martin Kmetec, un sacerdote di nazionalità slovena.
E il 2 luglio scorso, infine, a Samsun, cittadina turca sulla costa orientale del Mar Nero, a fare le spese dell’odio religioso dei fanatici musulmani era stato il prete cattolico francese Pierre Brunissen, 74 anni, accoltellato alle spalle mentre stava uscendo di casa proprio dallo stesso squilibrato che aveva appena accolto e ospitato.