"Sono il custode del cimitero dei morti tramutati in pietre"

Alberto Carli è conservatore di un museo terribile: quello intitolato a Paolo Gorini, l’imbalsamatore di Mazzini. Lo aprì, a 100 anni dalla morte dello scienziato, Spadolini. Che fotografava l’agonia di sua mamma con la Polaroid...

Da bambino il professor Alberto Carli aveva un sacro terrore dei morti. «Un giorno i miei genitori mi portarono in visita al Museo egizio di Torino. Scappai fuori dopo qualche minuto: non sopportavo la vista delle mummie prive di fasce». Chiamatela nemesi, chiamatelo contrappasso, fatto sta che anche qui, nel cimitero di vetro oggi affidato alle sue cure, non v’è traccia di sudari. L’unico telo bianco è una tenda plastificata, pesantissima e polverosa, che il conservatore della Collezione anatomica “Paolo Gorini” scosta dopo aver girato la chiave nella toppa e dischiuso la porta d’ingresso. Il drappo avrebbe il compito di proteggere dalla luce Pasquale Barbieri, che una notte di dicembre, 165 anni orsono, fu tramutato in statua di carne e condannato a una spaventevole parodia di eternità. Invece non c’è requie né per lui né per l’altra salma maschile priva d’identità che gli tiene compagnia di traverso, nella teca ai suoi piedi, entrambe illuminate ora dai raggi del sole, ora dalla fluorescenza dei neon, ora dai faretti alogeni, e nel 2005 persino dal chiarore delle candele, «una mia idea, qualche cero acceso e due violinisti che suonavano musica classica durante le “Notti bianche nei musei”, io che leggevo brani dal Violino a corde umane del Ghislanzoni, un’atmosfera di grande raccoglimento molto apprezzata dal pubblico».
Gorini era stato chiaro nella sua autobiografia: «C’è da salvare un coso verde tutto impolverato, infilzato in un’acuta bacchetta di ferro, che ad esaminarlo da vicino pare qualche cosa come un giovine conservato. E infatti questo è il famoso Pasquale, il primo morto che azzardai preparare per intero. È bene il conservarlo pel suo valore storico». Hanno conservato tutto. Per fortuna, verrebbe da dire, se non suonasse sinistro; per disgrazia, se a guidarci fosse la pietas: 16 teste d’uomo e 5 di donna complete di occhi, pelle, denti, capelli, lingue; due di bimbi distrofici e idrocefalici; una di infante con chiazze angiomatose; una di neonato all’apparenza sano; il tronco completo di un soggetto acromegalico; e poi arti deformi, cuori, cervelli, cavità orbitarie, vasi del collo, articolazioni, vesciche, uteri, organi genitali. Sono 131 reperti, inclusi 6 corpi di neonati mummificati, di cui due a braccia conserte, in opposizione alle dita intrecciate dell’eterno riposo cristiano, forse per celebrare la morte laica figlia degli ideali positivistici e massonici dell’Ottocento, e uno in ginocchio, a mani giunte, forse per invocare un battesimo di desiderio che scampasse l’infelice vittima dal limbo.
Tutt’intorno, nell’Ospedale Vecchio di Lodi, sede dell’Azienda sanitaria locale, la vita scorre nella sua non meno mortifera routine. I trilli dei telefoni e il picchiettìo sordo sulle tastiere dei computer arrivano attutiti dentro la necropoli pietrificata. Il chiostro quattrocentesco è appena sfiorato dall’andirivieni degli impiegati dell’Asl. A vegliare i senzanome, i loro arti, i loro visceri, le loro deformità, restano solo le grottesche affrescate da Giulio Ferrari alla fine del ’500 sul soffitto della Sala Capitolare, ispirandosi alle mostruose allegorie di Hieronymus Bosch e agli storpi di Bruegel il Vecchio: portantini che trasportano defunti sulle barelle, satiri, scene della distruzione del quartiere ebraico di Roma, pipistrelli, insetti, volpi. E un giorno la settimana, o per le visite guidate, li veglia lui, il professor Carli, coltissimo milanese di 34 anni per nulla incline all’horror, autore di pregevoli libri sulla figura del Gorini. Il padre è coordinatore del corso di laurea di scienze biotecnologiche veterinarie alla Statale, la madre è docente di latino e greco al liceo classico Manzoni, dove anche il conservatore del museo ha studiato prima di laurearsi alla Cattolica e diventare insegnante di letteratura per l’infanzia all’Università del Molise.
Il matematico e geologo Paolo Gorini s’era guadagnato chiara fama con gli esperimenti di vulcanologia, tanto che alle sue eruzioni laviche simulate in laboratorio assistettero anche Alessandro Manzoni e re Umberto I con la regina Margherita di Savoia. È passato alla storia come pietrificatore di cadaveri, ma in realtà puntava a diventare l’inventore di un preparato alimentare precursore della carne Simmenthal. Autore di una fisiologia dei minerali, convinto che anche nei sassi scorresse una linfa vitale così come negli uomini e nelle piante, iniettò un fluido segreto in un pollo e in un pezzo di manzo nel tentativo di conservarli per almeno sei mesi, il tempo che sarebbe stato necessario a importare mezzene bovine dalle pampas argentine senza che putrefacessero nelle stive delle navi. Voleva a tutti i costi creare un fossile in laboratorio e ci riuscì. Solo che è di carne umana.
Che cosa si sa di Gorini?
«Era nato a Pavia nel 1813. A 12 anni gli morì il padre, travolto da una carrozza. “Quel giorno”, scrive nelle sue memorie, “è il punto nero della mia vita: segna la separazione della luce dalle tenebre, il dissiparsi d’ogni bene, il principiare d’una infinita processione di mali”. Nell’inverno dello stesso anno si giocò un polmone tuffandosi per scommessa nel Ticino ghiacciato. Si laureò ma non ebbe mai una cattedra universitaria. Arrivò a Lodi come insegnante di liceo per mantenere la madre e i sette fratelli. Ebbe come acerrimo nemico l’abate Antonio Stoppani, il prete geologo del Belpaese, che diffidava di questa sua mania di voler arrivare a formare un fossile in tempi assai più brevi della natura».
Una mania insensata, in effetti.
«Vista con gli occhi di oggi. Ma torniamo per un istante nell’800: non esistono le radiografie e neppure le celle frigorifere, i medici possono studiare soltanto su preparati anatomici a secco. Per di più siamo in pieno positivismo: la conoscenza si fonda solo su ciò che è scientificamente analizzabile. Gorini s’inserisce nel solco di una tradizione iniziata dal bellunese Girolamo Segato (1792-1836), cartografo ed esploratore, che ebbe l’idea della pietrificazione dopo aver passato intere notti dentro le piramidi durante un viaggio in Egitto, e trova un concorrente nel cagliaritano Efisio Marini (1835-1901), medico, morto pazzo. Tutti e tre a un certo punto della loro carriera costruirono tavolini a tre gambe per sedute spiritiche, dotati di marmi organici, cioè fatti con organi umani pietrificati e piallati».
Disgustoso.
«Dalla ricerca sul corpo umano, il positivismo era pervenuto all’occultismo nel tentativo di rispondere a una domanda: dove va a finire l’energia del corpo appena una persona muore? Per me e per lei i fantasmi non esistono, ma per scienziati come Cesare Lombroso, il fondatore dell’antropologia criminale, erano una possibilità. La medium napoletana Eusapia Paladino, che possedeva uno di questi tavolini, cadde in trance davanti a Lombroso e allo scrittore Luigi Capuana il 2 marzo 1891, durante una seduta spiritica all’hotel Genova. I preparatori anatomici custodivano gelosamente le loro formule nel timore che i cattedratici universitari gliele rubassero. Quella di Gorini l’ho scoperta per caso nell’Archivio storico di Lodi».
Può rivelarla?
«Iniettava nelle salme, che al contrario delle mummie egizie non venivano eviscerate ma solo private del sangue, un preparato altamente tossico a base di bicloruro di mercurio, muriato di calce e sublimato corrosivo».
Funzionava sempre?
«Con il professor Luigi Garlaschelli, docente nell’Istituto di chimica organica dell’Università di Pavia, l’abbiamo provato su un coniglio e su mezza testa di maiale. Ecco qua...». (Trae i due reperti, perfetti, dalla teca). «Anche su un galletto amburghese Valle Spluga. Identico risultato».
Ma Gorini dove si procurava le salme?
«All’obitorio comunale. Gliele forniva il suo medico curante, Luigi Rovida. Allora non c’era nessun rispetto per i defunti. Da queste parti capitava spesso che contadini miserabili e privi di studi morissero all’ospedale senza che i loro congiunti lo venissero a sapere».
Le pietrificazioni dove avvenivano?
«In una chiesa sconsacrata di Lodi, San Nicolò, che oggi non esiste più. Pare che ad aprire la porta provvedesse una mummia mossa da un marchingegno con fili e carrucole. Per i lodigiani Gorini era “l’uomo dei morti”. I bimbi, ai quali distribuiva mance e biscotti, lo chiamavano invece “il mago”. Carlo Dossi, esponente della scapigliatura che fu segretario di Francesco Crispi, scrisse che stava da solo con i cadaveri per mesi di seguito. Lavorava di notte, dormiva di giorno. E se ritornando a casa dal laboratorio incontrava qualche persona viva, “si tirava - diceva lui - contro il muro con quella stessa paura che avrebbe avuta quel vivo alla vista di un morto”».
Gorini lavorò solo sulle salme di povera gente?
«No davvero. Nel 1872 fu convocato a Pisa per la preparazione di Giuseppe Mazzini. Un giorno per ricevere il telegramma, un giorno per il viaggio: quando arrivò, il fondatore della Giovine Italia appariva sfatto, “era verde, una vescica zeppa di marcia”, come annotò Dossi. Gorini fece del suo meglio e il risultato, insperato, si poté vedere nel cimitero genovese di Staglieno nel 1946, all’apertura della bara di Mazzini in occasione della nascita della Repubblica. Eccellente fu l’esito conseguito sul cadavere dello scrittore Giuseppe Rovani, pietrificato e tumulato in un colombario del Monumentale di Milano».
Mi sfugge lo scopo di queste pratiche.
«Mazzini pietrificato, reso eterno nella carne fatta marmo, rappresenta la prima vera icona politica. Il positivismo diventa scientismo, una religione laica, che ha bisogno del mistero come tutte le religioni. E il mistero è una formula non rivelata attraverso la quale si crea una reliquia laica».
Lei si occupa di pubblicistica per l’infanzia e di fiabe, ha scritto un saggio sul Giornale per i bambini diretto da Carlo Collodi, il padre di Pinocchio. Che c’entra con la macabra collezione di Gorini?
«Quando ti laurei in lettere con una tesi sulla scapigliatura, t’imbatti ogni due per tre in una novella dell’orrore. Presto o tardi arrivi a Jack lo Squartatore e poi dal serial killer arrivi all’orco delle fiabe, al lupo mannaro. Ma non mi faccia passare per necrofilo, mi raccomando. Curo un museo di storia della medicina, non una bottega degli orrori. Conservo la memoria di patologie un tempo assai comuni e oggidì pressoché estinte in Occidente: la cifoscoliosi, il morbo di Pott conseguenza della Tbc, le polidattilie del piede e della mano. Non c’è molta differenza tra pietrificare un cadavere o impagliare un animale per chiuderli in un museo e girovagare nelle contrade della Sicilia, come faceva l’antropologo culturale Giuseppe Pitré, per stenografare le leggende di paese e imbalsamare con l’inchiostro, anziché con la formalina, il corpo della narrazione popolare, che è la radice della letteratura. Il fulcro dell’Ottocento fu la conservazione, nel terrore che le cose andassero perdute. Noi abbiamo avuto paura del baco del millennio che avrebbe dovuto far saltare la rete mondiale dei computer a Capodanno del 2000; i nostri antenati avevano paura del “verme conquistatore”, della distruzione fisica del corpo».
Ma chi prenota una visita guidata in questo museo lo è sì, un po’ necrofilo.
«Nel pubblico c’è una forte componente necrofila e guai a dirglielo, perché giustamente s’offende. Però per studiare queste cose bisogna amare da morire la vita. Come scriveva lo scapigliato Igino Ugo Tarchetti nel 1865, “l’aspetto vago e sorridente che acquistano tutti i defunti dopo la morte merita di essere profondamente osservato; esso direbbe troppo grandi cose, se gli uomini avessero cuore per intenderle”».
Che cosa pensa di Bodies the exhibition, la mostra a pagamento di cadaveri che l’anatomopatologo tedesco Gunther von Hagens, inventore della plastinazione, sta portando in giro per il mondo?
«Dal punto di vista tecnico sono preparati eccezionali. Ma oggi a che servono? Non hanno certo uno scopo didattico, come nell’800. Detesto la morbosità. Von Hagens specula sui morti. La società che li esibisce è quotata a Wall Street. Oltretutto c’è il sospetto che si tratti di detenuti giustiziati in Cina».
È giusto esporre la salma di padre Pio alla venerazione dei fedeli?
«Sono tendenzialmente contrario. La fede non ha bisogno di oggettività materiale, di reliquie».
Vedo che questo museo fu aperto al pubblico nel dicembre 1981 dall’allora presidente del Consiglio, Giovanni Spadolini, «che osservò con scrupolo di storico le opere anatomiche dello scienziato Gorini». Fece lo stesso in famiglia: Franco Di Bella nel libro Corriere segreto racconta che Spadolini, suo direttore in via Solferino, gli mostrò un album su cui aveva incollato le polaroid dell’agonia della madre Leonella, fotografata giorno dopo giorno nel decorso della malattia fino alla morte.
«Mamma mia! Non voglio giudicare. È una forma d’affetto molto profonda, che però mi spaventa. Di sicuro non lo farei con mia madre».
Non pensa che le persone qui intorno un tempo furono, come lei, amate da qualcuno e avrebbero diritto all’eterno riposo? Non prova pietà aggirandosi fra queste vetrine?
«Sempre. Perché vedo che sono visi di nullatenenti. La povertà si riconosce nelle fattezze delle persone. E capisco i dolori imposti dalla scienza per il progresso della scienza. Mai una volta sono entrato qui dentro con freddezza, pensando di avere a che fare con dei pezzi di pietra o dei vasi greci. Non dimentico che si tratta di esseri umani in tutto e per tutto uguali a me».
Accetterebbe l’idea di vedere nelle teche il preparato anatomico di una persona a lei cara?
«Se fossi un uomo dell’800, non avrei grandi problemi. Come uomo del ’900, no. Io mi occupo di storia. Se questi preparati risalissero a trent’anni fa, non sarei il conservatore del museo Gorini».
La differenza fra uomini e animali qual è?
«L’intelligenza. La cognizione del dolore. Il pollice prensile».
La morte che cos’è?
«Un passaggio. Una metamorfosi, come scrive il poeta Mario Luzi in Pasqua orciana».
Gorini che fine fece?
«Morì nel 1881. Fu bruciato nel forno crematorio di sua invenzione, il primo costruito in Italia, a Riolo, frazione di Lodi. Gli è andata bene».
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