«Sono diventato attore per amore. Dei tifosi»

ParigiSul campo come sullo schermo King Eric Cantona è un campione. Del suo passaggio ad attore racconta: «Ho stentato a liberarmi dell’immagine di ex calciatore. Cambiando ambiente, s’incontrano pregiudizi. Per strada mi dicono: “A Manchester sei stato grande”. Però anche: “Che bello il tuo film”».
Il film è Il mio amico Eric di Ken Loach, domani nei cinema italiani. Al Festival di Cannes era stato accolto benissimo e così all’uscita in Francia: oltre mezzo milione di spettatori. E ora le offerte piovono. «Sono preso per tutto il 2010», annuncia fiero. Da gennaio reciterà al teatro Marigny di Parigi con la moglie Rachida Brakni nella commedia Face au Paradis («Di fronte al Paradiso»). E lo scorso 24 ottobre è diventato padre di Emir. Ma la paternità non ha addolcito questo duro, i cui gesti gli sono valsi, con la fama, la squalifica di nove mesi nel 1995. Nel Mio amico Eric, Cantona torna sull’episodio, ma è e resta quello che era. Infatti, dopo il fallo di mano di Thierry Henry nella partita con l’Irlanda, ha definito l’allenatore della Nazionale francese, Raymond Domenech, «il peggiore dai tempi di Luigi XVI». Aggiungendo che, se fosse stato un giocatore dell'Irlanda, avrebbe rotto la faccia di Henry...
Interprete oltre che produttore del Mio amico Eric, Cantona regge benissimo il ruolo di comprimario accanto a Steve Evets, che è quasi un esordiente, ma così toccante nella parte del postino di Manchester in crisi sentimentale, professionale e familiare. Che duetto il loro!
Signor Cantona, come ha incontrato Ken Loach?
«Pensavo a un film sulla relazione con un tifoso. I coproduttori francesi hanno pensato che ci volesse un regista inglese per capire questo rapporto speciale. E Ken Loach ha accettato».
Lei ha mai avuto con un tifoso un rapporto come quello del film?
«Ho avuto una situazione straordinaria coi tifosi, specie con uno. Quando lasciai Leeds, lui mi seguì al Manchester United, il suo nemico numero uno. Perse lavoro e famiglia, fu minacciato di morte. Mi seguì pur detestando Manchester. Lo vedevo dopo le partite: cenava coi miei».
La Cantona-mania ha avuto tratti sgradevoli?
«No. Era amore e l’ho ricambiato. Ci si domanda perché si ama? Non credo. Riflettere troppo uccide una storia».
Da piccolo lei era tifoso?
«Non così. Ma m’allenavo. Mia nonna m’ha detto che al primo passo diedi un calcio a una palla».
Si rendeva conto di essere una leggenda del calcio?
«Sul campo tutto è così veloce che non ci si atteggia. Non ho mai fatto calcoli. Volevo solo vivere intensamente. Mi amano o mi odiano: ma sempre per quel che sono».
Una fortissima personalità come la sua è compatibile col recitare?
«Calcio e cinema sono comunque un gioco (in francese giocare e recitare si dice jouer, ndr). Prima sul campo, poi sul set. Mi diverto come da piccolo, giocando a indiani e cowboy».
I gesti ricorrenti attesi dai tifosi come vennero?
«Per caso... Una volta alzai il colletto e vincemmo. Divenne una scaramanzia. Poi altri, come la Nike, hanno usato questo dettaglio».
Nelle pubblicità, come nel film di Loach, lei è autoironico.
«È un’arma: nei momenti difficili le cose vanno prese sul ridere. Battute del film e proverbi vengono dalla squalifica per nove mesi, quando diedi la conferenza stampa dicendo solo: “I gabbiani seguono un peschereccio perché pensano che delle sardine finiranno in mare”».
Ovvero?
«Erano parole senza senso, per mostrare che quella storia non era grave, sebbene potesse spezzarmi carriera e vita. Per non farmi logorare dalla situazione, l’ho presa sul ridere».
E fu allora che lei cominciò a suonare la tromba?
«Sì. M’allenavo il doppio, ma non giocavo, così potevo distrarmi un po’. Psicologicamente allenarsi a vuoto era durissimo. Volevo uno scopo, volevo imparare qualcosa. Facevo calcio per migliorare con la tromba e ritornare in forma».
Il personaggio principale è vittima d’un equivoco amoroso. Qualcosa che lei teme?
«Non dicendo le cose si può distruggere un rapporto. Così appaio al personaggio del film e l’esorto a parlare».
Il film racconta di un padre ammirevole. Com’è un buon padre?
«Magari lo sapessi! Cerco di trasmettere le cose semplici della vita: sapersi stupire, stare con gli amici, in famiglia, ridere, talora litigare. E aver gli occhi aperti sul mondo».