«Sono entrata in galera per ritrovare la libertà»

Al Festival di Locarno l’attrice ribelle ha presentato il suo film «Tête d’or», tratto dal libro di Paul Claudel

Cinzia Romani

da Locarno

Segni particolari? Bocca enorme (per i suoi connazionali è «la grande bouche»). Carattere? Ribelle, passionale, qualche precedente con la giustizia. Ruoli? Da sex-symbol, anche cannibale, vedi alla voce bocca divorante (e confronta i film Il tempo dei lupi oppure Every day a trouble). Si tratta di Béatrice Dalle, nata Cabarrou, dalle parti di Brest, nel 1964, ovvero dell’enfant terrible del cinema francese, star del genere bella-ma-pazza, comparsa a Locarno sotto il mantello di Paul Claudel, scrittore e drammaturgo di matrice cattolica tra i più impervi. Nell’inquietante Tête d’or, film di Jilles Blanchard, cineasta e attore fissato con Claudel, del quale ha già portato in scena Le soulier de satin, lei, nel 1988 subito inquadrata dal talento visivo di Marco Bellocchio come strega perfetta (ne La visione del sabba), è l’unica comédienne professionista. Gli altri attori, infatti, sono 26 detenuti, ripresi mentre scandiscono impegnative battute sul senso della vita e della morte, all’interno del penitenziario di Ploeumeuer, in Francia. «Mi avete sognata? Eccomi», sussurra Béatrice dalla lunga chioma nera, scivolando dentro alla cella dei detenuti più duri, nel suo abito blu elettrico, sullo stesso tono di sbarre ed inferriate. È lei, cappa nera sulla testa (che calerà subito) a far riflettere claudelianamente: «Ogni donna è una madre», per sottrarre i detenuti ai dubbi che lei, così vitale e seducente, possa davvero capire le loro sofferenze...
Che sia ancora una star, nonostante la diffidenza del mondo dello spettacolo nei confronti di questa imprevedibile dea della bellezza, arrestata a Miami per possesso di cocaina (mentre girava Blackout, diretta nel 1999 da Abel Ferrara: lei era la mora, Claudia Schiffer la bionda e le due ballavano allacciate per fare ingelosire il fidanzato); in galera per aver aggredito un metronotte a Parigi (dopo aver parcheggiato nell’area per handicappati, la diva non gradì la multa); convinta di voler battezzare un suo eventuale bebè «Jesus» o «Mowgli» (dal protagonista del Libro della giungla), che sia ancora una star, dicevamo, lo si è visto alla presentazione del suo Tête d’or. Preceduta dall’affettuoso viatico del neo direttore del Festival Frédéric Maire, Béatrice Dalle, attrice molto brava, prima ancora che personaggio caratteriale si è seduta in sala per rivedersi sullo schermo, immortalata in mezzo al filo spinato, sul quale, in una scena poetica, un pettirosso si posa con ignara grazia.
«Anche per me il bisogno di libertà, soprattutto di libertà dalle necessità indotte dalla nostra società, priva di ideali, viene prima di qualsiasi altro valore, proprio come accade qui, dove sono molto grata al regista per avermi assegnato un ruolo di spicco, a metà tra la seminatrice di speranza e l’affabulatrice di una vita migliore», spiega l’interprete, che pare abbia sposato un detenuto nel carcere di Brest, l’Hermitage, con tanto di cerimonia segreta. «Era fondamentale girare in reclusione, con dei carcerati veri, dove anch’io, libera solo all’apparenza, mi sono sentita infinitamente meno prigioniera che fuori, laddove tutti ti giudicano e sono pronti a ingabbiarti in nome dei loro pregiudizi e della loro mancanza di coraggio umano», dice la prigioniera per scelta, che per un anno intero si è isolata all’Hermitage, imparando a guardare le stelle nel cielo sopra le sbarre. E se per l’ambasciata Usa Béatrice è considerata «immigrata indesiderabile» (per tale interdizione Olivia Williams ha potuto soffiarle il ruolo della moglie di Bruce Willis in Sesto senso), per il cinema francese è ancora lei, Betty Blue, l’unica capace di prestare i suoi grandi occhi e la sua bocca espressiva, del tipo di quella di Angelina Jolie, alle creature fragili e irrequiete tanto care al cinema d’autore. Se le si chiede in base a quali criteri sceglie i suoi personaggi, risponde subito: «In base all’istinto. Alla pancia, al cuore. Può bastare?». Sì, può bastare.