Sono entrato nel covo del raìs Vi racconto le sue ultime ore

<div>Il nostro giornalista nella casa in cui si nascose il Colonnello: prima di scappare prendeva appunti, dava ordini sotto voce e numerava con la vernice le dodici jeep</div>

L o chiamano Quartiere Due. È un deserto di macerie accatastate, ruderi sventrati, tetti sfondati, facciate affrescate a colpi di katyusha e mortaio. L’imbianchino arrampicato sulla scala ti squadra, tira un colpo di malta e cazzuola, lancia un urlo. La necropoli riprende vita. Un ragazzo in divisa sguscia da una voragine. Un altro salta giù da un mezzanino sfondato.

Un terzo sbuca dagli infissi anneriti d’un davanzale. Sono tre, quattro, dieci. Ti circondano silenziosi. Ti bloccano il passo. La nostra guida alza il braccio. «Khalas, khalas – basta, basta - saafi … mafi mouskila. Sono giornalisti italiani, amici nessun problema». Sui volti corrucciati si disegna mezzo sorriso. La prima lingua si scioglie. «Se venite per scrivere la verità, siete i benvenuti. Tutti parlano di Misurata, Bengasi, Brega, ma nessuno racconta come la Nato e i vostri amici rivoluzionari hanno distrutto Sirte e ucciso i nostri amici». Li ascolti in silenzio. Loro ti trascinano tra appartamenti calcinati, stanze affumicate, mura abbattute.

Per ogni angolo c’è la storia di una famiglia distrutta, di un amico morto, di un bimbo ferito. Tu ascolti, poi la butti lì. «Muhammar, era qui?» La fila si blocca. Saleh, il ragazzo in divisa ti squadra come se avessi nominato Allah. Hussein, lo spilungone sceso dalla scala alza la cazzuola al cielo, immobile e pensieroso. Mabruk ti scruta sorridente. «Non sapevamo che era qui, ti prego non mettermi nei guai, quelli di Misurata mi hanno già sbattuto in galera e torturato. Noi difendevamo solo le nostre case». Ci riprovi. «Ma Muhammar era con voi o no?». Dal barbone cespuglioso spunta un altro sorrisino. Mabruk ci pensa, ti fa segno di seguirlo. C’inoltriamo in quella casbah terremotata, attraversiamo lo scudo martoriato delle prime case, c’affacciamo su un intrico di viuzze ed edifici ancora in piedi. Mabruk risale verso una slargo. «Era mercoledì mattina, il giorno prima che l’uccidessero - racconta - avevamo mandato via mogli e bambini combattevamo da più di una settimana. Quel pomeriggio durante una pausa dei combattimenti ci chiamano tutti fuori. Io e i miei uomini saliamo verso questo slargo e, lì, in fondo, riconosco Moutassim, il figlio del leader. “Fratelli ci dice – domani dobbiamo andarcene, abbandonare il quartiere e la città… qui ormai è finita, la Nato sa dove siamo, mio padre vuole andare a Wali Jarre, attendere il proprio destino nel villaggio dov’è nato. Chi vuole può unirsi a noi”. Sulle prime non capiamo, ascoltiamo perplessi, confusi. Abbiamo tanti feriti, molti non riescono a camminare, queste sono le nostre case come si fa a mollare tutto? Moutassim ci guarda, ci fa un’altra offerta. “Porteremo via i feriti che possono camminare, ma gli altri dobbiamo abbandonarli”. Noi scuotiamo la testa. No, non si può, sono i nostri fratelli, non li lasciamo indietro. Allora Moutassim ci mostra quella villa…. Laggiù, in fondo alla strada la vedi?».

Dalla piazzetta si distingue appena. Sono due piani eleganti, un tetto di tegole rosse dietro un muro di cinta chiuso da una cancellata. Mabruk salta la recinzione, entra nel cortile. Nel muro sul retro del giardino si apre una feritoia aperta a picconate. Uno spazio sufficiente a lasciar passare un uomo. «Tutte le case del quartiere erano collegate da questi passaggi. Se bombardavano passavamo da un’abitazione all’altra senza mettere il naso fuori. Anche il rais ha cambiato parecchi nascondigli, ma questo è stato l’ultimo. Quella sera ci siamo arrivati dalla piazza, seguendo Moutassim, attraversando muro dopo muro, giardino dopo giardino, mezzo quartiere. Quando mi sono affacciato non credevo ai miei occhi. Muhammar era in mezzo al giardino con un kalashnikov a tracolla, la sua pistola d’oro in una mano ed un bloc notes nell’altra. Prendeva appunti e dava ordini sottovoce alle sue guardie. Ha alzato gli occhi, ci ha salutato. Domani andiamo via - ha ripetuto - se volete seguirci siete i benvenuti. Noi gli abbiamo ripetuto le nostre ragioni. - Rais dobbiamo difendere le nostre case. - Lui ci ha fatto solo un cenno con gli occhi come per dirci vi capisco, poi è sceso nello stanzone, quello lì sotto, vedete, dove adesso hanno ammucchiato sacchi di grano e cibo per tutto il quartiere. Fino a mercoledì 19 ottobre lui ha vissuto là».

Mabruk torna fuori, risale verso la piazzetta del quartiere. «La mattina dopo abbiamo seguito Moutassim, Muhammar e le sue guardie fino a qui. I 21 fuoristrada erano già pronti, nella notte li avevano coperti con dei rami di alberi per mimetizzarli». Un altro uomo con la divisa del vecchio esercito s’avvicina. Non vuole darci il suo nome. «Il rais ha preso il bloc notes, ha numerato con della vernice tutte le vetture dall’1 al 21, ma nessuno ha capito perché… Subito dopo hanno tentato la prima sortita verso est. Dopo pochi minuti sono tornati, il fuoco era troppo pesante. Allora li abbiamo scortati all’uscita opposta del quartiere». Mabruk si porta una mano al cuore. «Quando l’ho visto partire per Wadi Jarre, per il villaggio dov’era nato, ho capito tutto… cercava un posto dove morire. Non poteva vivere fuori dal suo paese. Per questo era il nostro leader. Per questo non lo dimenticherò. Ma voi non scordatevi di me. Quando scriverete questa storia torneranno a prenderci, ci tortureranno di nuovo. Se fra qualche giorno vedete il mio numero di telefono sul vostro cellulare vi prego venite a cercarci, altrimenti uccideranno anche noi».