Sono finite le illusioni

Corrotti, corruttori, drogati, truffatori, spie, ladri, cornuti, venduti. Questo non è l’elenco degli inquilini di una casa circondariale. Troppo facile, basterebbe spedirli in cella e il mondo continuerebbe a camminare. No, trattasi invece e piuttosto dell’isola dei famosi, degli sportivi, atleti, dirigenti, arbitri, medici e affini, si potrebbe aggiungere anche cronisti, che sta lentamente distruggendo l’ultimo giocattolo rimasto a disposizione: lo sport appunto. Non saprei davvero da dove incominciare. Siamo andati a letto con il dubbio che la benzina brasiliana fosse troppo fredda, ci siamo risvegliati con il prezzo del barile di petrolio ancora più su, abbiamo scoperto che in formula uno i piloti non controllano la spia dell’olio ma la spia e basta, sappiamo che dopo ogni corsa ciclistica prima dell’ordine di arrivo è più opportuno leggere la cartella clinica del vincitore; da secoli urliamo che l’arbitro è cornuto e venduto ma se sul primo attributo meglio sarebbe guardare in casa propria del secondo abbiamo le prove anche telefoniche; sui trucchi dell’ippica o del pugilato esiste una ricca filmografia e letteratura, nell’atletica la sola cosa leggera è l’asticella che cade al vento, si contano i pentiti a scadenza, il dopo-doping con lacrima è una vincente strategia di comunicazione; il giro delle scommesse non ha evitato i campi da tennis con finti malori al secondo set e vincite vere al primo bookmaker; sui muscoli da rollerball degli sciatori si scrivono tomi di antropometria; si bara nel cricket, anche in mare, con la vela si tenta l’affondo, Garry Kasparov ha definito gli scacchi lo sport più violento al mondo, pensate al rugby dove mozzicano gli orecchi pur di venir fuori da una mischia, il tiro con l’arco denuncia casi di droga, nell’equitazione il cavallo è sobrio chi lo monta un po’ meno. Il tragicomico Bignami dovrebbe portare a un totale: ci hanno fregato, palle, pallette, palloni, guantoni, caschi, scarpette, tutta roba fasulla, da buttare nella discarica, la grande illusione è finita. Ma no, basta entrare in uno stadio, basta contare i telespettatori, milioni di milioni in ogni parte del mondo, per capire che nonostante, seppure, anche se, in fondo, non riusciamo a farne a meno. Perché la sfida ci riguarda, perché siamo noi in pista, siamo noi in porta, siamo noi al centro del ring, sudiamo sul Pordoi, siamo gobbissimi in dirittura d’arrivo, vogliamo cazzare la randa e calciare in touche, siamo lottatori di sumo e ballerini nella danza ritmica, ci manca lo swing ma tentiamo lo shoot.
Questa è storia antica che oggi esplode grazie al famoso mondo della comunicazione globale, virtuale e verace, grazie alle ventidue telecamere in campo, ai siti internet, ai giudici microfonati, alle cimici sotto la panca e chi ci sta sopra crepa, non può sfuggirci niente, anche il fiato pesante di un tifoso, la bestemmia e l’insulto, le mani sui testicoli, il morso in diretta, la spinta galeotta, la curva tagliata, lo sputo continuo. Tutta roba di repertorio, accadeva anche nel tempo che fu, prima di Gutenberg e dei fratelli Lumière, pochi se ne accorgevano, il paese era piccolo ma la gente al massimo mormorava non urlava, non andava da un Prociesso all’altro, da porta a porta. Lo sport «svago ed esercizio fisico» è una bufala che vale fino all’angolo del marciapiede di casa nostra, lo sport «evasione» è un’immagine che deve per forza coinvolgere gli evasi. In verità lo sport è violenza, fisica, psicologica, soggettiva, con se stessi per raggiungere il risultato, diventa arbitraria, che è contraria a regolamenti e leggi, è allora rivolta all’avversario nella ricerca di ottenere sempre il risultato di cui sopra ma con qualunque arma, dalla slealtà alla scorettezza, all’uso di droghe, alla corruzione. Basterebbe tornare al cinematografo per vedere Ben Hur, e le corse con i carri, non tutte regolari nello svolgimento, o andare con la memoria alle ore di greco, a scuola, quando il professore spiegava che Archiloco tagliò la strada a Menelao vincendo per astuzia e non per velocità, la narrazione e l’epilogo provocarono sorrisi e applausi tra noi studenti abituati a fare lo sgambetto nel corridoio o sul campo polveroso dell’oratorio; il professore raccontò addirittura che Agamennone ritirò il premio nel lancio del giavellotto non avendo effettuato nemmeno un tentativo ma essendo re e basta il riconoscimento gli andava assegnato e consegnato; se poi alle Olimpiadi, e non soltanto, è previsto da sempre un giuramento di gareggiare onestamente un motivo ci sarà pure, l’imbroglio faceva parte del gioco e dei Giochi, in assenza di moviole era lecito tutto e il contrario, le parole di De Coubertin sono una leggenda metropolitana, l’importante non è partecipare ma vincere; proprio sulle leggende abbiamo campato a lungo, la corsa caracollante di Dorando Pietri a Londra, forse il chinino e roba affine avevano provocato lo sturbo, i tapponi di Coppi e Bartali, in un’epoca dove si gonfiavano i tubolari ma non solo quelli; i calciatori pompati non dagli ingaggi, gli arbitri arricchiti non dalle presenze in campo, il palio di Siena, antico e moderno, tra cavalli drogati e fantini venduti, imbrogli e violenze, trucchi e risse che hanno fatto e fanno la storia dello sport, come quella della vita per nulla diversa perché frequentata dagli stessi uomini. La benzina di Interlagos è roba piccola, già evaporata. Da domani si ritorna in pista, da domani c’è la champions, tra duecento e passa giorni le Olimpiadi, la Cina è vicina. Per gli scettici suggerisco il curling, l’unica disciplina nella quale non è previsto l’arbitro. In caso di conflitto c’è la scopa.
Tony Damascelli