«Sono fuori dal tempo: il mercato deve essere mondiale»

Mario Moretti Polegato, numero uno delle calzature Geox e imprenditore di successo in tutto il mondo, è di rientro da Davos, tra i pochi italiani ammessi al World Economic Forum.
Presidente, quella degli operai inglesi non è una protesta fuori dal tempo?
«Assolutamente. Lo spirito di Davos è stato quello di valorizzare la globalizzazione. Oggi tutti i paesi del pianeta, dai più ricchi a quelli in via di sviluppo, tendono a sviluppare un’economia globale, compresa la libera circolazione delle persone, del lavoro, della proprietà intellettuale. È il futuro cui non possiamo sottrarci».
Ma questo fenomeno crea forti squilibri.
«Questi processi di globalizzazione spesso sono troppo veloci. Sono degli choc. Il caso dell’azienda siciliana ci mostra con orgoglio quanto le nostre capacità vengono riconosciute all’estero. Ma succede anche l’opposto, cioè che perdiamo competitività nel settore manifatturiero. Invece che vincere gli appalti, li perdiamo. Piaccia o no, questo è lo stato delle cose. E nella storia non si torna mai indietro».
Serviranno regole nuove?
«Di sicuro, se ne è parlato anche qui a Davos. Una serie di ammortizzatori, oltre che direttive per il rispetto delle persone e del lavoro. Ci vorrà una globalizzazione anche delle regole, che devono essere valide in tutto il mondo e non soltanto in Europa, dove vengono applicate da tempo. Però questi processi di globalizzazione sono irreversibili».
Senza contare che una manodopera specializzata può anche formare il personale locale.
«Geox è un caso interessante, non ce ne sono molti nel nostro paese. Il nostro è un business model moderno che può rappresentare l’azienda del domani: la testa è in Italia, nel quartiere generale di Montebelluna lavorano 650 persone, per la gran parte giovani da 28 a 35 anni, quasi tutti laureati; ma poi abbiamo altri 3.500 dipendenti in tutto il mondo. Impieghiamo 30mila addetti, fra diretti e indiretti, in 28 Paesi. Anziché impiantare un calzaturificio in senso stretto, abbiamo creato quasi un’altra Microsoft. È la ricetta di quello che sarà l’azienda italiana del futuro».
La provincia di Treviso è anche un modello di integrazione con lavoratori stranieri.
«Qui si guarda molto alla competitività. Se ora gli italiani riescono a lavorare in modo più competitivo rispetto alla manodopera inglese, lo stesso fenomeno è già avvenuto da noi, per cui tanta gente è venuta dall’estero. Erano più competitivi. A Davos, oltre che di globalizzazione, si parlava di mondializzazione per dare ancora più importanza a questa libertà di movimento. Se sono competitivo, è mio diritto poter lavorare ovunque».
Evidentemente gli operai inglesi non la pensano come lei.
«Le loro sono reazioni spontanee, che posso anche capire senza giustificarle. Le abbiamo avute anche in Italia rispetto a immigrati che erano più competitivi di noi, ma alla fine li abbiamo accettati e ci siamo impegnati a fare meglio di loro. Sono le leggi del mercato».
Quindi nessuna chiusura delle frontiere?
«Tutto il mondo vuole accelerare questi processi di globalizzazione. Per noi italiani sarà una straordinaria opportunità. La capacità di creare è inscritta nel nostro dna, fossimo capaci di esportare meglio questo dna avremmo un rilancio completo dell’economia. Dobbiamo saper gestire l’italianità: valorizzare la cultura, l’università, la ricerca, l’uso dei brevetti, tutto ciò che fortifica la creatività».
E chi glielo spiega agli inglesi?
«L’Inghilterra è la patria della rivoluzione industriale, hanno inventato la catena di montaggio e il lavoro moderno. L’inglese è la lingua del mondo globalizzato. Non mi sembra un grosso problema».