"Sono giorni molto tristi per la Nautica italiana"

Il fondatore del gruppo Azimut-Benetti, Paolo Vitelli, parla a tutto campo: "Paese difficile da capire e da cambiare. Così muore il made in Italy. La tassa affosserà tutti i servizi nautici. Ex Baglietto, per Varazze offerta giusta. Non so se capiranno..."

Forse il governo Monti dovrebbe dedicare più attenzione al made in Italy, almeno pari a quella che i gruppi stranieri dedicano ai nostri marchi. Purtroppo non è così. Negli ultimi mesi è successo di tutto. Soprattutto nella nautica, un settore messo al tappeto da un trito di retorica e rinnovata demagogia. E così l’incapacità di percepire il valore delle eccellenze, è diventata cultura. Ecco l’analisi di Paolo Vitelli, presidente-fondatore del gruppo Azimut-Benetti.

Dottor Vitelli, ma che cosa sta realmente accadendo?
«Sono giorni molto tristi per la nautica italiana. Il mercato interno è ridotto al lumicino a causa della crisi economica ma anche, e soprattutto, a causa della “caccia alle streghe” scatenata dall’Agenzia delle Entrate: ogni possessore di yacht è schedato come evasore e ovviamente le vendite in Italia si sono fermate. Nel “Salva Italia” è stata poi approvata una norma (tassa di stazionamento) che affosserà i servizi nautici e azzererà i profitti che ne derivano: il contrario di quanto si doveva fare. Giusto tassare i possessori di barche. Sbagliato farli scappare all’estero. D’ora in poi, grazie a questo balzello, i ricchi di tutto il mondo gireranno alla larga dalle coste italiane. A tutto vantaggio di Francia, Spagna, Croazia e Grecia».

Con quali strategie, lei e il suo gruppo, pensate di affrontare i nuovi scenari internazionali?
«Per noi sarà uno stimolo a far meglio, a rimanere privati, a restare ancora più lontani dai debiti e dalla finanza, a investire in prodotti e in tecnologia italiana, a esportare il 98% anziché l’80%, a organizzarci per rendere il made in Italy sempre più ammirato e rispettato, a essere efficienti nella produzione e primi nei servizi, a creare l’orgoglio del nostro lavoro e, in generale, del made in Italy. Non è così facile in questo contesto economico e con le difficoltà burocratiche e sindacali. Anche se dovremo confrontarci con un nostro concorrente (il gruppo Ferretti, ndr) che può godere di un “abbuono” di 600 milioni di euro sui debiti, noi cercheremo di essere bravi e competitivi, facendo affidamento soltanto sulle nostre forze».

A proposito del suo concorrente, come valuta l’acquisizione del 75% da parte del colosso pubblico cinese Shigh?
«È una notizia tristissima per il made in Italy che, comunque vada, ci vedrà perdenti. Se l’intervento cinese farà trionfare il marchio Ferretti, il prestigio del made in Italy è finito e l’operazione di acquisizione dei brand italiani da parte dei cinesi sarà inarrestabile. Se, per contro, l’intervento cinese avrà esito negativo, avremo distrutto un marchio e con esso la credibilità di un intero comparto. Non credo che i francesi avrebbero consentito ai cinesi di comprare Chanel. O anche solo i cantieri Beneteau. Gli americani, licenziatari di tecnologia a favore della svedese Saab, preferiscono una crisi dell’azienda automobilistica svedese pur di non trasferire il know-how ai cinesi, che si sono offerti di acquistarla. Evidentemente hanno a cuore la loro industria e la loro tecnologia più degli italiani. Almeno, quando sono state vendute Parmalat e Bulgari qualcuno ha protestato, mentre a riguardo di Ferretti non si capisce perché neppure i sindacati sembrino consapevoli delle evidenti conseguenze in termini di delocalizzazione. Pazienza, siamo un Paese difficile da capire e, soprattutto, da cambiare».

Lei sta trattando l’acquisto del sito produttivo ex Baglietto di Varazze. I sindacati tifano per il suo gruppo, ma la trattativa non si chiude. Perché?
«Da settimane stiamo provando ad acquistare il sito produttivo di Varazze dell’ex cantiere Baglietto (il marchio è stato venduto e trasferito a La Spezia, ndr). Si tratta di una concessione scaduta e di un’altra che scadrà fra 2 anni sulle quali sorge una struttura industriale fatiscente, tutta da rifare. Noi vogliamo produrre lì nuovi modelli, troppo grandi per essere costruiti ad Avigliana. La curatela vuole giustamente incassare il massimo, anche se il successo del concordato è garantito dall’assuntore. Noi abbiamo offerto il giusto per riassumere tutti i dipendenti e per fare una vera attività industriale che duri nel tempo. Il cantiere ha subito 5 tracolli in 30 anni e noi non vogliamo essere i sesti... Ma, più semplicemente, i primi ad aver successo: vediamo se capiranno il nostro intento e ci daranno la possibilità di realizzarlo».