Sono i Ds il vero partito-azienda

Rocco Palese *

Potrà sembrare un’eresia o una provocazione, ma la persona meno toccata in Italia dal conflitto di interessi si chiama Silvio Berlusconi. Le sue società sono quotate in Borsa e da anni sono affidate ad un management che deve rendere conto a migliaia di azionisti. La sua attività politica si svolge alla luce del sole.
Qualunque cosa faccia, il presidente del Consiglio è sottoposto ai controlli dell’opposizione, della stampa, dell’opinione pubblica. Di fronte a questa situazione particolare, anche il conflitto di interessi più clamoroso perde la sua carica dirompente per ridursi a strumento di lotta politica da parte dello schieramento avverso.
Il professor Guido Rossi, insigne giurista «progressista», non è un tifoso del centrodestra. Eppure si deve a lui la definizione più felice dell’opacità del capitalismo italiano: «il conflitto endemico».
È più grave il conflitto di interessi di Berlusconi che, come editore di tv e giornali, deve tener conto, oltre che dei lettori e degli elettori, anche delle aspirazioni dei suoi inserzionisti per prodotti in grado di raggiungere fasce sempre più larghe di «clienti», o è più grave il conflitto di interessi di numerosi editori impuri che usano la stampa come strumento di pressione per ottenere benefici e contropartite in altri settori imprenditoriali? È più grave il conflitto di interessi di Berlusconi, che non ha mai chiesto un euro allo Stato per le sue aziende, o quello delle Cooperative rosse che operano dalla Sicilia al Trentino, che hanno un fatturato annuo di svariati miliardi di euro, di cui la quasi totalità proveniente da risorse pubbliche, in gran parte elargite da giunte rosse? È più grave il conflitto di interessi di Berlusconi, di cui tutto si può dire tranne di essere un imprenditore di Stato, o quello dei Ds, che essendo «collaterali» alle Cooperative rosse di fatto vengono finanziati anche dal contribuente italiano attraverso i flussi che partono dalle Regioni, la maggior parte delle quali governate proprio dal centrosinistra e dal partito di Fassino? Altro che concezione patrimoniale dello Stato rimproverata al Cavaliere. I Ds, attraverso le Coop, hanno realizzato il vero partito-Stato, il vero partito-azienda. Forse il vero partito-banca come emerge dalle intercettazioni telefoniche pubblicate in questi giorni.
Le Coop rosse sono i veri centauri di questi tempi. Metà cooperazione-solidarietà, metà finanza. Metà politica, metà affari. Metà capitalismo, metà assistenzialismo. Metà imprese normali, metà imprese risparmiate dal fisco. A voler essere buoni si direbbe che sono la riedizione della Fiat degli Anni Sessanta e Settanta, quando lo Stato era il vero sostenitore del colosso torinese, ritardando per l’auto italiana la prova del mercato e della concorrenza aperta. Attorno all’asse Coop-Unipol si è formato una spirale di scatole cinesi, degne del capitalismo più censurabile, al cui vertice non è difficile individuare il partito della Quercia.
Si dirà che sul piano penale le registrazioni telefoniche dei furbetti del quartierino, di Consorte e di Fassino non significano molto per i Ds. Può essere. Ma sul piano politico, no. Così pure sul piano morale, quello cioè su cui ruota l’intera tematica del conflitto di interessi.
Non è solo il centrodestra a rilevare l’anomalia (altro che Mediaset) delle Cooperative rosse finanziate dallo Stato e dalle Regioni con licenza di scorreria nella finanza e nel capitalismo delle relazioni. Anche importanti personalità del centrosinistra e della sinistra ammettono che la questione morale (eufemismo per non dire conflitto di interessi) sta investendo come un treno coloro che rivendicavano una non meglio specificata e motivata superiorità antropologica dei (post) comunisti.
Oggi il re è nudo. Ed è nudo proprio sul tema che sta più a cuore alla sinistra: il conflitto di interessi. Chissà. Forse per questa ragione i governi dell’Ulivo non hanno fatto nulla tra il 1996 e il 2001: forse temevano che la legislazione contro gli intrecci tra politica e affari avrebbe potuto ritorcesi contro i loro partiti-azienda. Chissà. Ora la manovra è scoperta. Anche perché il faro acceso su Unipol dev’essere esteso anche alle Coop rosse, per illuminare il loro conflitto di interessi che è più grande di un grattacielo. Sarebbe ora di affrontare l’argomento senza tabù, ma soprattutto senza pretendere di presentare stupefacenti certificati di verginità.
*Capogruppo Forza Italia Regione Puglia