Sono i sussidi a uccidere l’agricoltura

Il ministro Luca Zaia ha lanciato un appello: «Sconfiggiamo il cupio dissolvi di chi crede che sia impossibile tornare a una dimensione economica dell’agricoltura». Musica per le orecchie dei pochi liberisti che hanno cercato di spiegare come la Pac, trasformando gli agricoltori europei da imprenditori in burocrati caccia-sussidi, faceva male ai contribuenti quanto all’agricoltura stessa. Ma per cambiare registro bisogna stare attenti a non confondere la causa con gli effetti: è stato il castello di sussidi e quote a fare dell’agricoltura un’attività estranea al mercato, non viceversa come parrebbe intendere il ministro.
La capacità produttiva europea, che Zaia definisce giustamente «snervata», paga un deficit di mercato e di incentivi economici. È facile, oggi, di fronte all’aumento della domanda e dei prezzi sul mercato mondiale, irridere ai cosiddetti aiuti «disaccoppiati», cioè ai sussidi slegati dalla produzione: ma nel 2003 furono «benedetti» dal mondo agricolo, proprio perché funzionavano come una rendita e una polizza di garanzia sui prezzi.
La politica degli aiuti non serve mai ad accrescere la capacità produttiva. Il problema non è solo europeo, visto che i Paesi industrializzati sussidiano ogni anno le proprie agricolture con circa 215 miliardi di euro. Ma a questa eccessiva «generosità» (che ha sostituito e non integrato gli incentivi del mercato) si deve che il progressivo avvicinamento di centinaia di milioni di persone agli standard alimentari dei Paesi avanzati venga vissuto non come una opportunità economica, ma come una sciagura politica. La crescita impetuosa della domanda mondiale è una grande occasione di rilancio, non un rischio per la nostra agricoltura, specialmente per quella di qualità (che va difesa, certo che sì, dalla concorrenza fraudolenta). In questo quadro, non mi pare lungimirante che il governo italiano lavori per isolare il mercato interno europeo.
Il buon senso e non l’ideologia mercatista suggerisce che l’impennata dei prezzi è aggravata dalla chiusura e non dall’eccessiva apertura dei mercati.
La Nuova Zelanda scelse, anni fa, di abbandonare un tetragono – e costoso – sistema di sussidi e protezioni e la sua agricoltura rifiorì senza più costi per il contribuente. Se per produttori e consumatori (che hanno interessi diversi) si mette mano al portafoglio pubblico, non si neutralizzano le variazioni di prezzo degli alimentari, ma se ne trasferiscono gli effetti sulla generalità dei contribuenti.
Oggi Zaia vede il protezionismo agricolo anche in una logica consumeristica. Prima i cittadini pagavano due volte il prezzo delle politiche di sostegno, come consumatori e contribuenti; se si sussidiano anche i consumi, pagheranno semplicemente un conto doppio come contribuenti. Mi rendo conto che l’immagine di un governo che «assicura il pane» fa, dal punto di vista retorico, il suo apprezzabile effetto. Ma i prezzi imposti sono uno strumento redistributivo inefficiente. E anche questa obiezione andrebbe presa in considerazione.