"Sono irregolare, ma sto bene qui" E il giudice: "Assolta, resti pure..."

Al tribunale di
Torino per evitare
l’espulsione basta
raccontare una
storia falsa. O una
scusa qualsiasi. C’è chi giura di essere analfabeta, chi millanta un papà malato e chi spiega: "Il mio Paese? Meglio il vostro..."

da Torino

L'imbianchino albanese e l'ambulante gabonese, la parrucchiera nigeriana e l'operaio marocchino, persino il rifugiato iracheno. Uno dopo l'altro sfilano in aula, siedono davanti al giudice e raccontano la propria storia. Sono clandestini, fantasmi privi di identità. E probabilmente le storie che raccontano sono false. Ma non per il giudice, che decide di rimetterli in libertà perché impietosito dalle loro vicende umane. Così, anziché essere espulsi, i clandestini ricominciano la vita di sempre. In Italia, naturalmente.
Tribunale di Torino, aula 59. Qui si svolgono i processi per direttissima. Sul banco degli imputati, quasi sempre, siedono stranieri privi di regolare permesso di soggiorno, clandestini senza documenti, che nove volte su dieci ha violato l'ordine di abbandonare il territorio nazionale. Sfilano davanti al giudice Paolo Gallo: il primo è Kleanthi Kongjani, un imbianchino albanese di 28 anni. Vive a Torino, lavora a Ivrea. Ha ricevuto il foglio di via a fine luglio, ma ha fatto finta di nulla. La polizia stradale lo ha fermato una seconda volta a fine agosto, per lui sono arrivate le manette e il processo per direttissima. «Ha capito cosa c'era scritto sul foglio di via?», domanda il giudice Gallo. Risposta: «Sì». «E allora perché non è andato via dal nostro paese?», insiste il giudice. «Perché qui ho un lavoro». Il difensore chiede l'assoluzione dell'imputato: «Il ragazzo è giovane, incensurato e in Italia ha un lavoro». Il giudice accoglie le richieste della difesa, assolva Kongjani e ne ordina l'immediata scarcerazione.
È il turno di Edith Oriri, parrucchiera nigeriana di 25 anni. Era già stata fotosegnalata nel 2006 a Malpensa, poi fermata a Torino nel gennaio di un anno fa, infine arrestata a fine agosto. Le domande del giudice sono sempre le stesse: «Ha capito cosa c'era scritto sul foglio di via? E se sì, perché è ancora in Italia?». La parrucchiera riflette per qualche istante prima di rispondere: «A me piace l'Italia. Cosa ci torno a fare in Nigeria? Lì è rimasta solo mia sorella. Preferisco il vostro paese». Il giudice sorride, poi comincia a scrivere su un foglio. Si alza in piedi e pronuncia la sentenza: «Assolta perché il fatto non costituisce reato». Habdull Fall arriva invece dal Gabon, si guadagna da vivere facendo il venditore ambulante. Era stato fermato una prima volta a maggio, quindi arrestato qualche giorno fa. Anche per lui le domande di rito. Risposta: «Non ho lasciato il vostro paese perché non sapevo cosa ci fosse scritto sul foglio che mi hanno consegnato, io non so leggere né scrivere. Non ho avuto la possibilità di studiare». La difesa, naturalmente, chiede l'assoluzione. E l'assoluzione arriva, puntuale: «Assolto perché il fatto non costituisce reato».
Il quarto imputato arriva dal Marocco e dice di chiamarsi Abdelrhafour Sellami. «Ho ventiquattro anni, vivo a Porta Palazzo con mio padre e con mio zio». «E sua madre?», chiede il giudice. «È rimasta in Marocco». «E perché non è tornato in Marocco anche lei?». «Perché qui ho un lavoro, e con quello devo mantenere mia madre in Marocco. Mio padre è malato, ha avuto un incidente e ora ha bisogno di me». «Anche suo padre è clandestino?». «Sì, anche lui». Assolto. E pronto a tornare un fantasma. Ma solo fino alla prossima assoluzione.