"Sono l'attore del momento ma il mio sogno è cantare"

Un film con la Chiatti, una fiction Rai, il sequel dell'<em>Ultimo bacio</em>. Ma all'Ariston Claudio Santamaria ha intonato <em>Bocca di rosa</em> con la Pfm. E racconta: &quot;Suono la tromba e incido canzoni. Amo Chet Baker&quot;

Roma - Uno lavora per anni a un buon livello, più o meno notato. Poi arriva il palco di Sanremo e nasce una stella dello spettacolo: questo non solo recita, ma canta pure, hanno scoperto i pigri addetti allo show, dimentichi del suo Rino Gaetano televisivo (Ma il cielo è sempre più blu, dove eseguiva le canzoni del cantautore calabrese). Quando Claudio Santamaria, poliedrico attore del quartiere Prati (solida borghesia romana), a febbraio ha intonato Bocca di Rosa insieme alla Pfm, in omaggio a De André, il grande pubblico ha percepito una dote canora non estemporanea. «Ci sto pensando molto, alla mia musica. Ho scritto canzoni smozzicate, da limare, ma prima o poi le canterò e le suonerò. Cantare dal vivo è una delle cose più appaganti della mia vita: mi dà puro piacere e quando uno dà piacere a se stesso, sul palco....», rivela Claudio prima di mangiare un boccone, durante la pausa sul set, la fedele tromba sempre appresso («vorrei suonarla, ma i colleghi protestano»). Disponibile, la voce calda e ferma, il nostro Will Smith (con la star Usa non ha in comune soltanto Gabriele Muccino, col quale girerà il sequel de L’ultimo bacio, ma anche una robusta vena rock) ora è alle prese col film tv Le cose che restano (su Raiuno in autunno), diretto da Gianluca Tavarelli. Faccia e sorriso aperti sotto ai ricci da quirite verace, il protagonista emerso nel 2005 con Romanzo criminale sarà un funzionario omosessuale del ministero degli Esteri, pronto a mostrare «un’altra Italia», dice lui, nella vita compagno della rampolla di casa Fendi, Delfina, e padre della loro Emma, un anno e mezzo di bimba. Intanto, il regista Roberto Faenza, uno che vede l’anima in un gomito, l’ha voluto molto macho, molto geloso, alquanto nudo nella sua commedia erotica Il caso dell'infedele Klara (dal 27 nelle sale), con Laura Chiatti. E lo sperimentale Ago Panini l’ha ri-voluto (dopo Aspettando il sole), come «voce che parla», nell’erigendo film Derek Rocco Bernabei, dramma sulla vicenda del senese-americano Bernabei, giustiziato in Virginia nel 2000 (riprese da luglio, con Raoul Bova, Pierfrancesco Favino e Laura Morante). Scocca il «momento Santamaria», allora, e tra la giornata della donna e la giornata della gelosia (mercoledì alla Casa del Cinema), l’artista, ex-Otello da manuale, dice la sua.

Caro Claudio, anche lei, simbolo macho alla Sean Penn, prossimamente in un ruolo gay?
«Non darò al mio personaggio una caratterizzazione macchiettistica: si tratta d’un film di qualità, che parla di un’altra Italia. Quella dell’emigrazione, quella dell’omosessualità, ma senza false ipocrisie. L’Italia di oggi, che non si fa mai vedere. Meno bacchettona. Più compassionevole. Ho già fatto il gay a teatro, in Dark Room, e con delicatezza».

Alcuni suoi colleghi sostengono che l’Italia sia un Paese razzista: lo pensa anche lei, mentre si discute di ronde?
«Credo ci sia una parte di razzismo in tutti i popoli. Ma gli italiani no, non sono razzisti, anzi: si adattano, accogliendo qualsiasi diversità».

Spesso in parti da geloso, per carattere o casualità?
«Mi ritengo piuttosto geloso. È stata l’ironia a salvarmi: potevo farne una vera nevrosi. Da ragazzo avevo scatti di rabbia, come ne L’ultimo bacio... ero morboso, geloso fino all’ossessione. Ora ho imparato a lasciar andare, ad avere fiducia».

Nel film «Il caso dell’infedele Klara» lei è Luca, musicista divorato dall’ossessione amorosa, fino a ingaggiare un detective per spiare l’amante. Sarà stato facile immedesimarsi...
«All’inizio, è stato un set difficile. Ma siccome ho girato in inglese, parlando una lingua diversa dalla mia, già ho fatto il personaggio. Faenza non vuole parlare con gli attori (anche se poi ti dice: «Fai schifo!»), invece sul set ti controlla e tu lo devi interpretare».

Lei è un attore che propone o che si fa dirigere?
«Io preparo molto il personaggio. Con Faenza ho capito che dovevo proporre: quando qualcosa gli piace, lui si accende di passione. In un rapporto di scambio, infiammarsi è fondamentale. Nel mio Luca, per esempio, ci ho messo il mio passato da... paranoico. Non sarei mai geloso a quel modo. O, forse, sì».

Parliamo della sua vena musicale: pensa, magari, a una seconda carriera come cantautore?
«Ci penso. Dopo aver collaborato con gli Ecu, adesso ho fatto un altro disco con i Mammuth, Back in Gum Palace. Suono la chitarra. E la tromba, sempre quella che comprai per girare Quando arrivano le ragazze?, di Avati. La tromba, che porto sempre sul set, con la sordina, altrimenti i colleghi si seccano, è uno degli strumenti a fiato più difficili: col sax, hai l’ancia di legno, con la tromba, devi essere tu a fare il suono, con le labbra».

A quale trombettista noto si ispira?
«A Chet Baker, molto caldo. A Clifford Brown. Spero d’incidere un disco tutto mio, come cantante e come autore. Cantare dal vivo mi dà molto piacere e avendo scritto un po’ di canzoni, genere Radiohead (per me il gruppo migliore), ma con una spruzzata di melodico, prima o poi passo dal set al palco».