«Sono una moglie drogata dalla vita»

Diffidare sempre delle apparenze. Di chi sembra vivere una vita da film, o perlomeno una vita normale. Un marito ingegnere, un figlio, la casa con giardino. Tutto qui? Non per Hanna, una donna nevrotica, infelice, attraversata da mille inquietudini, stritolata dalle paure, incapace di affrontare il mondo senza alcol, pasticche, coca, droghe qualsiasi in gran quantità.
Una discesa all'inferno raccontata da un'attrice sofisticata, Anna Galiena, con scontrosa umanità, in «Quale droga fa per me?», un monologo pieno di disperazione e di fantasmi scritta dal tedesco Kai Hensel e in scena alla Sala Grande del Teatro Franco Parenti con la regia di Andrée Ruth Shammah (da oggi, a sabato 30 ottobre, mercoledì e sabato ore 19.30, martedì, giovedì e venerdì ore 21.15, domenica ore 16.30).
Signora Galiena, il suo personaggio drammatico, provocatorio e dolente che cos'ha di intrigante?
«E attualissimo e senza tempo il racconto del male di vivere di una donna, incapace ormai d'amare, che s'illude di sentirsi viva abusando di qualsiasi tipo di droga. Il risultato? Un'escalation di sentimenti forti, di crolli emotivi, di osservazioni amare»
Cosa accade in scena?
«Hanna tiene una conferenza in prima persona: ha come co-protagonista il pubblico a cui lei racconta di sé, dei suoi rapporti familiari, della sua incapacità di provare affetto persino per il figlio. Ma confida soprattutto la sua scelta di sperimentare ogni tipo di droga per provare a sentirsi inutilmente viva. Compie un terribile viaggio interiore che si conclude con la domanda “Dove sto sbagliando?”»
È un caso che lei porti a teatro questo monologo proprio a Milano, dove la droga è diventata quasi un'emergenza sociale, dai personaggi famosi alle scuole?
«Purtroppo Milano non è un'eccezione. Capita dovunque che qualcuno si rovini la vita abusando delle droghe arrivando al punto di autodistruggersi»
Non crede che in una città come la nostra la droga non sia l'unica dipendenza?
«Ce ne sono altre, sicuramente, soprattutto legate al denaro, all'apparenza, alla bellezza a tutti i costi. Ma in questa pièce si parla di una dipendenza ancora più subdola, che distrugge il corpo e la mente e che passa dalla nicotina all'alcol in eccesso, dalla droga agli psicofarmaci, prescritti molte volte senza soppesarne i rischi, che creano una dipendenza forte e possono rovinare il cervello e l'anima»
Ma secondo lei un personaggio come la sua Hannah come potrebbe evitare la discesa all'inferno?
«Il male dello spirito va curato con lo spirito, ovvero con la religione, la meditazione, le sedute dal terapista. Si cura soprattutto con l'amore verso se stessi e gli altri»
Chi dovrebbe venire a vedere il suo spettacolo?
«Tutti, ma soprattutto i giovani. Hanno bisogno d' imparare che per affrontare la vita non ci si deve affidare a droghe o psicofarmaci, ma bisogna cercare dentro se stessi proprio l'amore quotidiano, l'unica dipendenza che conta nell'esistenza. E per dirla con Seneca: Per essere amato bisogna darsi, riempire la vita».