Come sono noiosi quei «Fascisti su Marte»

Il meglio sono i siparietti che evocano i cinegiornali

Maurizio Cabona

da Roma

Se un marziano osservasse fin dall’inizio la Festa del cinema di Roma; se contasse i giornalisti che seguono i film maggiori (rassegna «Première»), quando proiettati alle 9 della mattina; se ieri pomeriggio avesse notato che, per vedere un film minore come Fascisti su Marte di Corrado Guzzanti, ce n’erano il doppio, penserebbe a ragioni non estetiche e nemmeno orarie: penserebbe o che ai terrestri piaccia Marte o che ai terrestri piacciano i fascisti.
Un noto critico - molto fascista, poi molto antifascista - come Guido Aristarco, se fosse ancora vivo, opterebbe per la seconda interpretazione. Sospetterebbe di un giovanotto che, dal 2003, s’esercita con la parodia della conquista italiana dell’Abissinia (1936), ideando, scrivendo, interpretando, con Igor Skofic anche dirigendo una serie di storielle su uno squadrista approdato nel 1939 appunto su Marte. Per Aristarco, il movente di Corrado Guzzanti e dei suoi sodali (incluso il giornalista Andrea Purgatori) sarebbe trovare il modo per vestire ancor oggi, impunemente, l'orbace.
Il movente addotto da Corrado Guzzanti coi giornalisti , subito dopo la proiezione di ieri, è stato: «Volevo raccontare il linguaggio della propaganda, che tuttora resiste, anche dopo oltre mezzo secolo di democrazia». Faceva pensare a quelli che pretendono di frequentare siti per pedofili, ma per «monitorarli»... E pare siano in tanti a pretendere di «monitorare» il fascismo con Corrado Guzzanti, perché la Fandango distribuirà il film a fine mese in cinquanta copie - tante per un filmino - e di averci speso un milione e mezzo di euro, nei tre anni durante i quali si è trascinata la lavorazione, un cui primo esito (40 minuti rimasti inediti) era stato presentato alla Mostra di Venezia nel 2003.
Nato come miniserie tv, una delle più felici, Fascisti su Marte ha sfortunatamente preso la mano a Corrado Guzzanti. Quello che funzionava in episodi di 8-15 minuti, si trascina in un film di 90, anche perché i personaggi sono pochi e si muovono su uno sfondo desertico (la cava della Magliana). A funzionare ancora sul grande schermo non sono più le scenette, anche se non paiono essere le stesse della tv, ma i siparietti, evocanti i cinegiornali dell’epoca. E poi la colonna sonora di brani d'epoca: nostalgia canaglia... Un’impennata il film l'ha - involontariamente - nel finale, con la morte solitaria del gerarca Barbagli (Corrado Guzzanti, naturalmente), rimasto fedele al duce quando tutti l’hanno tradito. È una versione della realtà più amara di quella adottata dal finale dell’archetipo non dichiarato di Fascisti su Marte, cioè Il federale di Luciano Salce, scritto da Castellano & Pipolo nel 1961 e interpretato da Ugo Tognazzi nel ruolo del gerarca Primo Arcovazzi. E allora pazienza se Corrado Guzzanti si contraddice nella conferenza stampa, lamentando che i fascisti - quelli veri, non quelli su Marte - «non sono mai stati condannati per i loro crimini» in virtù di una «pacificazione» che ha un nome, amnistia Togliatti, significativo per far capire quanto bisogno che ce ne fosse nella Roma triste di allora, se non in quella allegra della Festa di oggi.
In sintonia col tono della quale il film di Corrado Guzzanti ha accenni a Berlusconi, come per riproporre una continuità storica fra mussolinismo e berlusconismo attraverso un lessico o intere locuzioni facilmente riconducibili al capo dell’opposizione. Anche questo dettaglio, sbeffeggiare l’opposizione (inclusi reduci come Andreotti, Cossiga, Forlani e Gelli) anziché la maggioranza, denota quanto sia particolare la concezione della satira politica in certe aree convinte di essere diverse, nel senso di migliori, rispetto al loro popolo.