"Sono il procuratore di Benigni. E guadagno un milione di euro"

Lucio Presta, giovedì sera ha vinto la gara degli ascolti con Dante, "a dispetto degli intellettuali invidiosi come Sermonti". Nella scuderia ha anche Bonolis, Amadeus e la Perego, sua compagna da 11 anni, però in case separate

A parte un’apparizione su Sky, in un programma dedicato non a caso agli uomini ombra, il manager che fa e disfa la televisione non s’è mai visto sul luogo di lavoro. Preferisce guardarlo da lontano. Eppure dentro la scatola magica crea miti, stronca carriere, determina palinsesti, sposta investimenti pubblicitari. Come tre sere fa su Raiuno: 10.070.000 spettatori e 35,6% di share, record assoluto di stagione che ha stracciato quello stabilito appena lunedì scorso da Celentano (9.209.000 e 32,9% di share).
Lucio Presta è l’agente di Roberto Benigni. Ma anche di Paolo Bonolis, Mara Venier, Paola Perego, Amadeus, Lorella Cuccarini, Antonella Clerici, Federica Panicucci. Per far tornare l’attore toscano in Tv a recitare il quinto canto dell’Inferno, ha lavorato sodo dietro le quinte fin dal 2002, «quando Roberto propose per la prima volta il Sommo Poeta e fece addirittura il 45,4% di share». Stavolta ha chiesto e ottenuto che la lettura della Divina Commedia partisse alle 20.35, appena finito il Tg1. E ha imposto che lo show non venisse interrotto neppure da uno spot, caso unico nella storia del piccolo schermo, soprattutto considerando che la diretta dagli studios di Papigno (Terni), dove fu girato il film dei tre Oscar, La vita è bella, è durata due ore e un quarto. «Lo dovevo a un artista che ha sempre rifiutato di prestare il suo volto alla pubblicità nonostante le cifre iperboliche che gli offrivano e continuano a offrirgli».
Non lo ha fermato la strigliata del dantista Vittorio Sermonti, che alla vigilia aveva consigliato a Benigni di «lasciar perdere». Chiosa Presta: «Un attacco d’invidia. Questi intellettuali vorrebbero che la cultura restasse appannaggio di pochi. Sermonti è scocciato perché Roberto, con appena 103 recite, ha portato a teatro un milione di spettatori che poco o nulla sapevano di Dante. A Pesaro ho visto con i miei occhi 27.000 persone in coda dalle 16 alle 21, in maggioranza studenti che la mattina a scuola non capiscono la Divina Commedia spiegata dai professori».
Dove Presta decide di arrivare, arriva. Forse perché cominciò fin dal primo vagito a fare i conti con le asprezze della vita. Sua madre Lucia morì dandolo alla luce a Cosenza il giorno di San Valentino del 1960. «So’ costato caro». Fu allevato dalla zia Lilia, la sorella più giovane della mamma, «aveva 23 anni, faceva la commessa a Milano, tornò al Sud per accudirmi, ora è morta pure lei». Era diventata la matrigna, aveva sposato suo padre Michelino, «che oggi ha 81 anni: io faccio il papà e lui fa il figlio, anche se di figli miei ne ho già due, Beatrice, 19 anni, e Niccolò, 15».
Rapporto difficile, quello col genitore. «Pretendeva che restassi in un collegio per seminaristi a Paola, nonostante non avessi la vocazione. Mi feci cacciare sommergendo i preti di parolacce. Bestemmie no, mai, non sono il tipo. Per punizione papà si fece indicare un collegio che fosse ad almeno 1.000 chilometri da casa. Passai tre anni dai salesiani alla Spezia».
Belli o brutti?
«Mi ricordo solo di don Bruno. Era il mio padre spirituale. Poi partì missionario per Timor Est. Sei mesi fa ho parlato di lui con i miei collaboratori. E loro mi hanno fatto una sorpresa: l’hanno rintracciato. S’è sposato, ha due figli, insegna in un carcere. L’ho invitato a Papigno a vedere Benigni. Ci siamo abbracciati dopo trent’anni».
Lei va ancora in chiesa?
«Spessissimo. Sono stato a messa anche domenica scorsa».
Dopo il collegio, che fece?
«Mio padre mi voleva a tutti i costi nella sua impresa di lavori pubblici. Per sottrarmi al destino già segnato, a 14 anni andai a fare il cameriere in giro per il mondo».
E poi il ballerino.
«Nel 1976 venni a Roma a vedere i canti gregoriani ballati per la prima volta da Floria Torrigiani e John Lei con dispensa papale. Due anni dopo a Milano vado a cena al ristorante Quattro Mori. E lì chi t’incontro? La Torrigiani. La mattina dopo ero nella sua scuola, a via del Carmine 1. Ho debuttato in Tv con Sceneggiato italiano di Edmo Fenoglio. Ho fatto cinque edizioni di Fantastico. Sono stato il primo ballerino di Renato Zero. Dieci anni della mia vita. Ho conosciuto tutti, da Rudolf Nureyev a Carla Fracci».
Ora qual è la sua professione, esattamente?
«Sulla carta d’identità c’è scritto “operatore turistico”. In realtà sono un maggiordomo di lusso. Non curo soltanto i contratti dei divi: gli organizzo la vita».
Gli trova anche moglie?
«Mai. A quello provvede un collega. Io già faccio fatica a trovarmi la mia».
Non vive con Paola Perego?
«Siamo fidanzati, da 11 anni. Viviamo a Roma, ognuno a casa propria».
Com’è diventato il manager di Benigni?
«È un cliente che ho ereditato dal mio socio Vincenzo Ratti, sanremese, morto nel 1999, pure lui educato dai salesiani, un uomo speciale, di un’altra categoria, che mi prese con sé per riconoscenza: avevo convinto Heather Parisi a tornare nella sua scuderia».
Anche Silvio Berlusconi ha studiato dai salesiani.
«Non tutti quelli che hanno studiato dai salesiani fanno società al 50%. Però di Berlusconi sono partner. Lo conobbi ad Arcore. Dovevo discutere con lui i contratti di Gianfranco D’Angelo, di Sergio Vastano e dei Trettrè. Una settimana per decidere quale vestito mettermi, il colore della camicia, il disegno della cravatta e lui arrivò in tuta blu».
Quando Enzo Biagi intervistò Benigni alla vigilia delle elezioni, per ridicolizzare Berlusconi, secondo lei fece un «uso criminoso» del servizio pubblico?
«No. Biagi aveva la possibilità d’intervistare Benigni e lo fece. Fra l’altro lo fece benissimo, lo dico anche dal punto di vista di Berlusconi, che stravinse a man bassa quelle elezioni. Quindi il Cavaliere non si deve dolere di nulla. La gente sa distinguere».
Se non esistesse Mediaset, voi agenti riuscireste a fare gli stessi affari d’oro?
«Assolutamente no. Dobbiamo tutto a Mediaset. Finché c’era solo la Rai, gli agenti manco potevano entrare a viale Mazzini. La mediazione fra persone è vietata in Italia. C’era solo un uomo che veniva ricevuto in Rai: Elio Gigante, l’impresario di Mina».
Perché a un divo serve un agente? Non potrebbe far da solo o rivolgersi a un avvocato?
«E chi si occupa degli orari di messa in onda, della controprogrammazione sulle altre reti, del target, dell’impaginazione degli spot? Io studio molto. Studio tutti i giorni».
Chi sono i suoi concorrenti?
«Ci sono persone che stimo. In ordine di rispetto: Cencio Marangoni, manager di Beppe Grillo ma anche di Raimondo Vianello; Bibi Ballandi, il produttore di Celentano e Michelle Hunziker; Beppe Caschetto, che si occupa di Alessia Marcuzzi e Luciana Littizzetto».
Ma è più potente Ballandi o lei?
«Quando serve Celentano, è più potente Ballandi. Quando serve Bonolis, sono più potente io».
Ballandi è molto amico di Pier Ferdinando Casini.
«Sono entrambi di Bologna».
Lei non ha politici alle spalle?
«Spero di non averne mai! Alle spalle, poi... Ma che so’ pazzo?».
Lele Mora è andato a firmare ai banchetti di Forza Italia per mandare a casa Romano Prodi. Lei?
«Si vede che aveva bisogno di farlo sapere in giro. Io firmo quel che voglio, dove voglio, quando voglio. In privato».
Che differenza c’è fra lei e Mora?
«Non ci può essere differenza. Io non promuovo aziende, marchi, interessi, non mi occupo di industriali e banchieri, non organizzo convention e party. Rappresento solo gente che si alza la mattina, va a fare una prestazione artistica, torna a casa e la mattina dopo rifà la stessa cosa».
Lele Mora su Google ha 317.000 citazioni, lei appena 11.200.
«Bisognerebbe leggere le citazioni. Alcune è meglio non averle».
Conosce Fabrizio Corona?
«Grazie a Dio, no. L’ho sentito una sola volta al telefono e sono certo che lui non aspira a risentirmi».
Mai concordato paparazzate per promuovere i divi che fanno capo a lei?
«Mai. I fotografi mi odiano per questo. Mi fermano per strada: “Facce magnà! ’Na foto, almeno una”. Lei pensi che non esiste una sola immagine che mi ritragga con Paola Perego».
Perché s’è fatto dare il porto d’armi?
«Sono stato aggredito due volte sotto casa, al Nuovo Salario».
Ha tanti nemici?
«Sono in ottimi rapporti con tutti. A parte Antonio Ricci».
Che cosa non va con l’autore di Striscia la notizia?
«Lui. Crede di essere il bene della Tv. Invece è il male. Pensa di poter tenere tutti in scacco, si atteggia a cavaliere senza macchia e senza paura. Ha messo su un’agenzia artistica insieme con Ezio Greggio, quindi è diventato un mio competitor. Presumo che rappresenti anche qualcuno che poi deve mandare in onda. Non male come conflitto d’interessi».
Lei ha fatto sapere che Presta prima si vendica e poi perdona. Guardi che Ricci si vendica e basta.
«Antonio è un uomo intelligente. Non cerca mai rogne grosse. Picchia solo quelli piccoli. I grossi li lascia stare».
Massimo Giletti l’ha accusata d’avergli sputato addosso e rivolto pesanti minacce per strada?
«In un’intervista ha dichiarato che gli ho sputato in faccia, in un’altra sulle gambe, in un’altra ancora sulle spalle. O ho lo sputo in tournée oppure non la racconta giusta. Lo stabilirà un tribunale. Siamo in causa».
E due, di nemici.
«Screditava Bonolis, la Perego e la Venier. Allora gli scrissi un Sms per dirgli che lui aveva solo tre modi di andare sui giornali: o per parlar male dei colleghi, o per smentire la sua presunta omosessualità, o per raccontare d’essere caduto dal motorino quando invece le aveva prese per strada. Gli ho ripetuto le stesse cose faccia a faccia. Era basito: “Siamo su Scherzi a parte?”, balbettava. Dopodiché s’è rivolto all’Ansa, anziché ai carabinieri, per denunciare un’aggressione verbale».
Qual è la cosa peggiore che si dice sul conto di Presta?
«Che sono uno squalo. Invece del pescecane ho solo la stazza: 100 chili, ahimè. E pensare che da giovane mi chiamavano Fogliolina perché ne pesavo appena 64 distribuiti su un metro e 84 di altezza».
E la migliore?
«Che sono un amico. Parola che per me ha ancora un significato».
Il più bravo direttore generale della Rai?
«Flavio Cattaneo. Mi piaceva la sua determinazione. Un grande manager, che però a fine mandato era diventato sgusciante».
Il peggiore dirigente che ha conosciuto nella Tv di Stato?
«Massimo Ferrario, all’epoca direttore di Raidue in quota Lega. Mi mandò una lettera per chiedermi di ritorno gli abiti di scena indossati dalla Perego in Al posto tuo. Peccato che non appartenessero alla Rai ma allo sponsor».
Nel passaggio dalla Rai a Mediaset lei ha avuto il 15% dei guadagni di Bonolis?
«Esatto».
È un compenso notevole.
«Come il supporto organizzativo che gli metto a disposizione. Ci sono più di 10 persone in pianta stabile che lavorano per i miei divi».
Ma lei quanto dichiara al fisco?
«Sono un buon contribuente».
Dite sempre così. Una cifra, per favore.
«Oltre un milione di euro».
«Oltre» può fare una gran differenza.
(Ordina alla sua assistente, Elisa, di telefonare al commercialista). «Ecco fatto: un milione e 330.000 euro».
L’agente di don Sante Sguotti, il parroco innamorato sospeso a divinis dal vescovo di Padova, lo farebbe?
«Ma mai nella vita! Mi manca l’oggetto. Il talento di questo ex prete quale sarebbe? Che cosa sa fare? La sua prestazione artistica in che cosa consiste? Nel dire che ha avuto un figlio da una parrocchiana? Che poi non si sa neppure se sia vero».
Lei fa vita ritirata. Ai suoi artisti impone di non andare per discoteche, feste, serate. Un po’ controcorrente, come profilo, nello star system.
«La mondanità è solo chiacchiericcio, ti obbliga a incontrare persone di cui non conosci la vera identità. Tutti a darsi del tu, a dirsi “ciao bello” e a scambiarsi baci senza essersi mai visti prima. Per carità! Non mi va di finire associato a gente di costumi per nulla specchiati. Se voglio conoscere qualcuno, lo invito a casa mia e gli cucino gli spaghetti alla carbonara, che sono il mio forte».
E se scopre che uno dei suoi divi sniffa cocaina?
«Gli consiglio di farsi curare. Sono fortunatissimo: ho conosciuto soltanto artisti che si fanno di pastasciutta».
Gira molta droga nel suo ambiente?
«Mai vista. Ma credo che ce ne sia in quantità industriale».
Il critico televisivo che detesta di più?
«Non gliela vojo da’ ’sta soddisfazione».
A me o al critico?
«E vabbè, intendevo a lui, a Grasso superfluo. Non mi chiedo nemmeno più perché Aldo Grasso sul Corriere si ostini a maltrattare i miei artisti e me. Per questo è superfluo. Di Bonolis ha scritto che suda. Sarebbe un argomento? Mi chiama Mediaprest. Robe così, fuori dal mondo».
Ci lamentiamo della mancanza di ricambio nella classe politica. Ma che dire di personaggi come Mike Bongiorno e Pippo Baudo che imperversano da mezzo secolo o quasi?
«Bongiorno è fantastico. Ha criticato Bonolis per l’ingaggio passato da 4 a 8 milioni di euro. Salvo poi ricordare che, quasi trent’anni fa, a lui Berlusconi diede 600 milioni l’anno invece dei 25 che guadagnava in Rai. Ora da 4 a 8 milioni sarà pure un aumento del 100%, ma da 25 a 600 è addirittura del 2.300%. Quanto a Baudo, pensa che il Festival di Sanremo sia suo. In conferenza stampa, davanti a 400 giornalisti, è arrivato a chiamare Bonolis “il de cuius”, il morto. Non dico altro».
Che cos’è per lei la televisione?
«Un elettrodomestico. Come il frigo. Dentro ci trovi tutti i cibi, dal caviale alle cotiche. Non è che puoi prendertela con la Rai o con Mediaset se fai ogni sera un’indigestione di cotiche».
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