Sono proprio gli italiani a dire all’estero che l’Italia è solo mafia

Gentilissimo Granzotto. Una breve considerazione su una recente esternazione del Ministro per il Turismo, Sig.ra Maria Vittoria Brambilla. La quale, avuta notizia del fatto che un noto produttore di computer ha posto in vendita un’applicazione denominata «What Country» in cui l’Italia viene identificata con mafia, pasta, pizza e scooters, a tal punto si è adontata pei primi tre stereotipi da preannunciare con gran fanfara azione legale per il danno che deriverebbe alla Nazione dagli incauti accostamenti. Comprendo che a nessuno faccia piacere di essere identificato con la mafia, pur trattandosi ahimè di identificazione, per quanto idiota, assai invalsa all’estero. Ciò che non comprendo né giustifico è che il Ministro, «titolare della delega alla tutela ed al rilancio dell’immagine dell'Italia e del made in Italy», equipari alla mafia, in senso tutto negativo, la pasta e la pizza. Cos’hanno di denigratorio, in capo alla Signora, la pasta e la pizza e cos’è che non va, in particolare, nella pasta, le cui origini, in Italia, risalgono senza interruzioni agli Etruschi, ed assurta, nel Regno di Napoli, a vera e propria forma di arte culinaria attraverso il suo incontro con il sugo di pomodoro? La politica e le persone vivono di strane divaricazioni schizofreniche: quando la cucina cosiddetta mediterranea viene pomposamente classificata come parte del «patrimonio immateriale dell’umanità», si tratta solo di un giusto riconoscimento della eccellenza culturale italiana; quando, invece, pasta e pizza - che di tale cucina sono tra i principali alfieri - vengono dagli altri prese a stereotipo dell’Italia, ci si offende considerandoli accostamenti da sfigati. Se condivide la mia opinione, non crede sia il caso di invitare il Ministro a una esternazione riparatoria?
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Ma cosa le è saltato in quella bella testolina di ministra, alla Maria Vittoria Brambilla? E cosa sperava di ottenere con le sue sfuriate? Che gli autori della goliardica applicazione sperduta fra le 700mila scaricabili da App Store aggiornassero la voce «Italia» dicendola non terra di mafia, di scooteristi, di pizza e di spaghetti, ma culla di santi, poeti e navigatori?
E poi, perché indignarsi se oltrefrontiera l’Italia è abitualmente associata all’Onorata società quando siamo proprio noi i primi e più attivi sponsor dello stereotipo? Producendo valanghe di film e telefilm modello piovre e gomorre e ostentando Urbi et Orbi come eroe, oracolo e madonno pellegrino Roberto Saviano, la cui civile missione è di menarla fino allo sfinimento con la solfa che tutto è camorra, tutto mafia e tutto ’ndrangheta. Andiamo, via: pur di far numero e dare così corpo all’immagine di un Belpaese ad alto tenore mafiogeno ci siamo persino inventati il reato di associazione esterna di stampo mafioso. Esterna. E come se non bastasse, di stampo. Stando così le cose, cosa devono pensare nel resto del pianeta se non che siamo tutti più o meno picciotti?
Ma veniamo al punto, caro Sacchetti, veniamo alla pizza e alla pasta, «non occasionali né transitori capisaldi culturali» come lei magistralmente scrive e che la nostra ministra colloca invece fra le immagini pregiudizievoli al buon nome dell’italica gente. Bah. Qui i casi sono due: o la Segretaria di Stato è a dieta, patimento che immalinconisce e induce al pensiero negativo. O si alimenta sbecottando le costosissime schifezzuole della cucina «creativa», «fusion» o «molecolare», figlie degeneri della già di per sé degenerata nouvelle cuisine. Ambito culinario dove timballi, lasagne e Margherite sono bandite in quanto rozze e cafone cibarie da Terzo mondo gastronomico. Nel primo caso ella si abbia la nostra misericordia. Nel secondo, le offriamo un corso di recupero e di riabilitazione al piacere delle buone e semplici cose offerto dal Circolo del Tavernello.