Sono quattro le mosse per battere la crisi

Questa maggioranza si è ammalata di «chiacchiere» e prima o poi rischia di farsi male. Ora, dopo l’ultimo voto di verifica, Pdl e Lega hanno davanti due anni di governo, invece di complicarsi la vita, con ripicche da rimpasto e gelosie su ipotetici candidati al dopo Berlusconi, li sfruttino per lavorare. Non se ne può più di giocare al dopo Cav: ora Tremonti, prima Alfano, domani chissachì. Non se ne può più di quelli che si offendono perché non sono stati «nominati», neppure si trattasse di un contro grandefratello. Basta.
Il governo ha superato l’ennesima mareggiata, con una settimana di parole grosse, tensioni, rincorse, titoli sparati sulla Padania, con Bossi che si negava alle telefonate di Berlusconi e il coro leghista risentito e più o meno minaccioso. Alla fine la questione si è chiusa come un po’ tutti sospettavano: il Pdl e il Carroccio hanno votato insieme la mozione, il governo regge, la vita va avanti. Si rasserena anche il Quirinale, che in questi giorni ha speso parecchio in telefonate diplomatiche. Non è stato un gioco delle parti, ma non c’è mai stato neppure un rischio serio di vedere la maggioranza a gambe all’aria. Il sospetto è che, però, al di là dell’orgoglio ferito di Bossi offeso per non essere stato avvisato della guerra in Libia, il vero motivo della turbolenza leghista siano le elezioni amministrative. Bossi e i suoi cercavano un motivo per differenziarsi dal Pdl, per non apparire sul territorio come un minestrone senza più identità. Solo che certe fibrillazioni hanno comunque un prezzo: creano tensioni, malintesi, malumori e non aiutano a governare il Paese.
Non a caso a cominciare dal 14 dicembre, dalla sfida finiana, quando davvero la partita era seria, il centrodestra ha passato il tempo a crearsi problemi più o meno inutili. Le discussioni sugli eredi del Cavaliere, le cene semiclandestine delle correnti, le aspettative dei responsabili, i maldipancia per la tirchieria di Tremonti, le aspirazioni dell’uno o dell’altro, le legittime ambizioni di Maroni e tutto quello che si muove all’ombra del carisma di Bossi. Insomma, visto che il Pd e i suoi alleati non riescono a scuotersi dal letargo politico e di leadership, la maggioranza per non annoiarsi prova a movimentare le giornate parlamentari.
Forse è il caso che su questa storia, questa tentazione autolesionista, la maggioranza cominci a rifletterci seriamente. Il periodo è adatto. Il Parlamento di fatto va in ferie per un po’ di tempo, ci sono le elezioni e si lavora per incassare le vittorie di Napoli e Milano. Il voto per i sindaci sarà un’altra battaglia dura, ma quando quella sarà passata non ci sono più scuse. Gli italiani chiedono al governo di riportare il Paese in carreggiata, la crisi economica pesa ancora sulle nostre teste, i colpi più pesanti siamo riusciti a incassarli senza danni strategici, ma ora bisogna ridare respiro agli investimenti delle aziende e ai portafogli delle famiglie. Questo lo sa bene anche Tremonti, che non ha alcuna voglia di deragliare dal rigore finanziario, ma ha bene in mente come far ripartire l’economia a costi accettabili. C’è un calendario di riforme che aspettano di diventare qualcosa di più concreto di semplici promesse. Se ne parla da svariati anni, ma proprio qui è arrivato il momento di dire «se non ora quando». Questo governo ha resistito a tutte le tempeste. Non è stato facile. C’è in Italia una cultura antiberlusconiana che spera nella catastrofe ed è disposta a sognare il peggio pur di mandare a casa il Cavaliere. Ma non si può sempre vivere di alibi. La maggioranza che ha vinto le elezioni nel 2008 è sopravvissuta al boicottaggio di Fini, ma ora ha la forza e i numeri per governare. Lo faccia. Semplicemente lo faccia, magari fino al 2013, fino al termine della legislatura. Non ci sono scuse. Non ci sono alibi. Non c’è bisogno di litigi e tatticismi elettorali. La sensazione è che ognuno nella maggioranza pensi troppo ai propri orticelli. La cosa più utile che un governo deve fare è governare. E quindi, governi.