«Sono sempre stato vittima degli attacchi di panico: non farei mai il deputato»

Quando apre la porta del suo attico sul Gianicolo, Carlo Verdone fa un inchino compunto e mi fa entrare. Con un cenno silenzioso mi invita a precederlo nel salotto a vista, con moquette e quadri. Raggiunti i divani, fa un gesto circolare perché scelga quello che più mi piace e si inchina di nuovo. Soggiogato dalla sua cerimoniosità, mi inchino anch’io. Sembriamo due dignitari cinesi.
«Fantastico», dico guardando il panorama dalla vetrata.
«Venga», dice Verdone e usciamo sul terrazzo per arrampicarci su una chiocciola che porta a un secondo terrazzo grande come l’appartamento sottostante.
«Accipicchia», faccio io. Sotto, Roma a 360 gradi. Attorno, sedie, ombrelloni, una cucina all’aperto e varie piante. Verdone, orgoglioso, mi segnala questo o quel particolare vegetale. Nelle more, passiamo al tu.
«Vivi solo?».
«Abito qui dalla separazione. Però i miei figli, Giulia, 22 anni, e Paolo, 20, hanno le loro stanze. Quando hanno voglia, vengono», e riscendiamo nel salotto. In un angolo, c’è la batteria di cui Verdone è un virtuoso.
«Fai un film l’anno nel triplice ruolo di attore, regista e sceneggiatore. Quando dormi?» e ci sediamo a fianco.
«Sempre meno. Cinque ore, come mia madre. Spero di non ridurmi alle tre di zio Corrado e zio Gastone».
«Come passi la giornata?».
«Mi alzo alle 6,30. Inizio col rito del bar in una delle fantastiche pasticcerie del quartiere. Chiacchiero con l’edicolante, il benzinaio, ecc., gente vera che lavora. Un rapporto stimolante che mi permette di penetrare le persone. Rientro, faccio gli addominali per aumentare la muscolatura della colonna vertebrale e mezzora di cyclette. Il tutto per tenere sotto controllo una vecchia ernia espulsa».
«Parli come un primario», osservo.
«Sono un medico mancato. Sarei stato un grande diagnostico. Gli amici mi consultano sull'uso dei farmaci, cambio le posologie, ecc. Ho risolto tutti i casi che mi hanno sottoposto».
«Dopo il fitness che fai?».
«Giardinaggio, un salto dalla commercialista, in libreria, nel negozio di cd. Passo due ore a rispondere alle e-mail. Poi lavoro. Per finire, sto con i figli se vengono. Alle 23,30, crollo».
«In gennaio uscirà Italians, film a episodi di Giovanni Veronesi».
«Nel primo, Scarmarcio e Castellitto fanno i trafficanti di auto negli Emirati Arabi. Nell’altro, io sono un dentista depresso che va a Pietroburgo per un congresso di implantologia», dice e cambia poltrona per avermi di fronte. È in jeans e golf da marinaio.
«Sei in auge da trent’anni. Da Un Sacco bello, dell'81, prodotto da Sergio Leone, a Grande, grosso e Verdone, uscito in settembre. Il segreto?».
«Primo, voglia di osservare. Anche se questa è un’epoca orrenda, senza etica, cerco di vedere i lati ridicoli, fragili, sbandati della gente. Poi, grande disciplina. Posso fare tardi due sere di seguito. Non di più. Ci vuole rigore», dice.
«Sei come Clint Eastwood, attore, regista e anima dei suoi film», paragone che mi viene lì per lì.
«Lui è un grande attore, diventato grandissimo regista. Io sono un buon attore italiano che comincia a farsi conoscere all'estero. Il mio primo produttore, Cecchi Gori, ha trascurato la distribuzione dei miei film. Ho perso tante occasioni. Peccato», dice malinconico.
«Come Clint, sei stato lanciato da Sergio Leone».
«Ce ne fossero di Leone. Ma un certo cinema è finito. Ora, dopo Cecchi Gori, spero di rifarmi con De Laurentiis, un tipo ostico, ma si capisce che ci tiene e si sente la vicinanza».
«Di Eastwood si dice: più invecchia, più è bravo. E tu?».
«Sicuramente miglioro. Sono più spontaneo. Evito di provare per non diventare meccanico. Improvviso e sento che il corpo va per conto suo».
«Hai avuto una fase di fiacca. Colpa della separazione?».
«A quella ho reagito lavorando di più, anche se è stata dura. Il calo c’è stato dopo C’era un cinese in coma, un film con punte di disperazione che ha sconcertato».
«Perché?».
«Il pubblico pensò che avessi perso smalto per la depressione. Ma il tempo è galantuomo e ora il film riprende quota».
«Come hai reagito alla disaffezione?».
«Mi sono tolto di mezzo dal 2000 al 2002. Ho comprato questa casa e mi sono riappropriato della mia vita. L’assenza ha stimolato il desiderio del pubblico», dice e ci facciamo due aperitivi.
Cosa resta del tuo matrimonio?
«Affetto e grande alleanza con Gianna (Scarpelli, ndr). Se i figli sono venuti bene è anche per il nostro ottimo rapporto. Gianna è molto affidabile».
Sei stato soggetto ad attacchi di panico.
«A inizio carriera. Mi ero laureato in Lettere e avevo una strada tracciata negli studi storico-religiosi. Scopersi però la mia tendenza allo spettacolo. Rossellini fu colpito da tre miei “corti”. Facevo imitazioni con successo e la gente mi applaudiva. Sono ansioso e timido. Questo mi ha dato tensione».
Cioè?
«Fu terribile. Avevo attacchi di iperventilazione e paura di tutto. Andai in analisi. L’ho raccontato in Maledetto il giorno che ti ho incontrato, nel '92. Da allora, le mie ansie hanno perso forza. Un po' le rimpiango, erano una droga positiva. Prendo tuttora il Serpax 15, vecchio rimedio, il migliore. Lo consiglio sempre».
Fare il comico non aiuta a vincere Festival. Quelli toccano ai film «impegnati». Frustrato?
«No. Una buona commedia è quasi eterna. È una pillola antidepressiva senza effetti collaterali. I drammi sono visti meno volentieri e hanno vita breve. E poi...».
Dì.
«Un comico può essere un grande attore drammatico. Un attore drammatico non sarà mai un comico».
Che pensi di questo spossante filone di mafia e camorra?
«Distinguiamo. Gli abusi non servono a un c...zo. Se Rosi fa Le mani sulla città, bene. Se poi lo fanno altri otto, è manierismo che non vale più niente».
Gomorra di Matteo Garrone?
«Straordinario. Il colpo d’occhio di un grande regista che, nella vita, è anche un grande pittore. Garrone è un artista con l’A maiuscola che aveva già fatto L’imbalsamatore, film coi fiocchi. Per lui e Paolo Sorrentino (Il divo, ndr), tanto di cappello».
I tuoi attori preferiti?
«Ho grande devozione per l’opera di Jack Lemmon, il lato surreale di Peter Sellers e per Tom Hanks, comico e malinconico».
Tra le donne?
«Per bellezza, Lauren Bacall. Sono stato a cena con lei. Da brivido. Tra quelle di oggi, Scarlett Johansson e Laura Dern, la preferita di David Lynch».
Tra i registi?
«Il Fellini in bianco e nero, quello dello Sceicco bianco. Fellini è il massimo dell’intelligenza. Ma la società di allora aveva molta più dignità di quella di oggi».
Hai fatto il regista di te stesso, mai solo di altri.
«Sono già d’accordo con De Laurentiis per un paio di film solo come regista. Ho avuto un grande maestro, Sergio Leone, che per farmi le ossa mi segregò in casa per dieci mesi».
Tra fare l'attore, il regista, lo scrittore, cosa scegli?
«Un giorno sarò solo regista. Succederà presto. So scegliere e dirigere gli attori. I giovani che hanno girato con me hanno avuto premi. Mi sento il loro padrino. So essere altruista».
Nella vita sei tradizionalista o spregiudicato?
«Tradizionalista, ma curioso dei tentativi spregiudicati dei grandi artisti. Ho vissuto gli anni '60, conosciuto Andy Warhol e i registi underground. Amo gli sperimentatori».
Hai detto: «La famiglia è un patrimonio dell’umanità».
«Tanti disastri sono dovuti ai divorzi e alla mancanza di dialogo in famiglia. La coppia che va bene è una grazia di Dio».
Sei religioso?
«Sono credente, ma mi sconcerta la Chiesa di oggi. Esagera col senso di sofferenza e di colpa. Il caso Welby, Englaro, l’opposizione al testamento biologico. Stimo molto Ratzinger, ma dice troppi no».
In che consiste la tua religiosità?
«Sento che devo andare al cimitero. I miei morti sono sempre presenti».
Tra i politici chi ti piace?
«Sono confuso come tutti noi del centrosinistra. Mi ha però colpito Soru. È una potenzialità importante per la sinistra disastrata».
Cos’è che non va?
«Tutti questi Pd corrotti! L’Italia è un Paese feudale, disunito, con enormi differenze tra le sue parti».
Faresti il deputato?
«Per carità».
Obama o McCain?
«Ho tifato Obama. Dopo il peggior politico di tutti i tempi, Bush, è venuto questo ragazzo di colore che si è dato un gran da fare. Spero che riconcili l’Occidente con l’Islam. Ho tirato un respiro di sollievo quando quel grandissimo giornalista ha lanciato le scarpe su Bush».
Tuo papà, Mario Verdone, noto studioso di cinema, ha 92 anni. Ti dà molto da fare?
«È lucidissimo e fa tutto da sé. Non mi aspettavo a 58 anni di potere ancora dire: “Papà”. Mi fa sentire giovane».
Farai Natale con tuo cognato Christian De Sica?
«Mi ha invitato nella sua splendida villa di Lucca. Ma lo farò qui con Gianna, i figli, mio fratello e zia Bettina».
Insieme avete lavorato poco.
«Siamo molto diversi, ma ci vogliamo bene dall’infanzia. Tra 2011-2012, prima di diventare troppo vecchi, faremo un film in coppia. Come Lemmon e Matthau».
Che vuoi sotto l’albero?
«Che termini la corruzione. Per un mondo più accettabile».