«Sono sereno come i condannati che ho assistito fino al patibolo»

Se a Telepace è scoppiata la guerra, la colpa è anche mia. Ho creato senza volerlo due fenomeni, forse dovrei dire due mostri. Altra parola non mi viene. Uno, il veronese don Guido Todeschini, quasi vent’anni fa sul Corriere della Sera: il «Berlusconi di Dio». L’altro, il romano Piero Schiavazzi, nel 1994 su Sette: il «cronista di Dio». Nel caso del secondo, ho un’aggravante: durante il Giubileo l’ho anche fatto diventare un «tipo italiano» sul Giornale. Per forza: accreditandosi come plenipotenziario della Tv del Papa (che peraltro non dipende dalla Santa Sede) era riuscito a intervistare Cossiga, Ciampi, Agnelli, Berlusconi, Gorbaciov, Laura Bush, Rabin, Peres, Arafat, Walesa, Kohl, Mandela, Boutros Ghali, Kofi Annan, De Klerk, Menem, Cardoso, Havel; a intrufolarsi persino alla Casa Bianca, tanto che Bill Clinton affidò a Telepace la cassetta con gli auguri natalizi per Papa Wojtyla; a far celebrare al procuratore Borrelli il processo d’appello al Nazareno, non prima d’aver affidato le indagini della Settimana Santa al capo della polizia De Gennaro, il quale giunse alla conclusione che «Giuda era un collaboratore di giustizia»; ad aver promosso le gambe della Cuccarini e bocciato quelle della Parietti.
L’intervista odierna, che ho praticamente estorto, lungi dal costituire un doveroso atto di riparazione completa il disastro. Ma almeno mi mette in pari con le aggravanti. Capiamoci: qui si parla di mostri mediatici. In realtà, due buoni cristiani. Ma i giornali, che sono brutte bestie, amano far scorrere il sangue. Nell’Arena e nel Colosseo. Va così dai tempi di Nerone.
Il giorno d’Ognissanti ho visto la prima pagina della Stampa e m’è venuto uno stranguglione: «Monsignore spia nella Tv del Papa». Don Todeschini, in realtà, è monsignore. Si parlava di lui. All’interno c’era scritto che «dietro le quinte della Tv del Papa, sono andate in scena per anni vessazioni, umiliazioni, telefonate intercettate, insulti». Il giorno dopo, ricorrenza dei Defunti, il quotidiano torinese rincarava la dose: «Lavoro in nero alla Tv del Papa». Il caso è finito addirittura su Le Monde. E lì, sul quotidiano parigino, ho appreso che Schiavazzi si attribuisce una colpa: «J’ai fait entrer le syndicat, autant dire le diable, à Telepace». Il sindacato, vale a dire il diavolo.
Ecco, qui ho ritrovato per intero la fantasia dialettica di Schiavazzi, in redazione detto Vespetta, «il clone esatto di Bruno Vespa» (Pietrangelo Buttafuoco dixit), «un effervescente megalomane», come ebbi a definirlo con sua orgasmica soddisfazione, che il critico televisivo Aldo Grasso seppellì sotto due righe: «Cristina Parodi è molto più brava e composta di quel narcisista scatenato di Piero Schiavazzi». Paragone illuminante. Non a caso, come ricordava Le Monde, quando il magazine del Corriere pubblicò il mio primo ritratto del conduttore di Telepace, mise d’apertura una foto a doppia pagina del «cronista di Dio» accanto a Yasser Arafat e titolò il servizio così: «Chi è quel tizio con la barba vicino a Schiavazzi?».
Di tutt’altra pasta il «Berlusconi di Dio», 70 anni, prete da 45, giornalista da 31, uomo di ritrosie curiali che detesta apparire e parlare di sé. Infatti scende a Roma solo due giorni la settimana e preferisce vivere a Cerna, un paesino sui monti Lessini, dove nel 1979 fondò Telepace, che qui ha ancora gli studi. Interrompe l’alpeggio solo per seguire il Pontefice in giro per il mondo. Dal 1985 a oggi non s’è perso nemmeno uno dei viaggi apostolici, è stato in 130 nazioni. Unico prete fra gli inviati speciali ammessi sull’aereo papale, è considerato un po’ il loro cappellano. Il povero Ugo D’Ascia, vaticanista ateo nel Tg2 di Ugo Zatterin, confidava che si sarebbe convertito solo se in punto di morte l’avesse confessato don Guido: un tragico epilogo lo impedì.
Dalla premessa avrete capito che il 99 per cento delle notizie su don Todeschini sono attinte un po’ qua un po’ là e mi procureranno la definitiva scomunica latae sententiae. Una soffiata, di fonte ospedaliera, riguarda l’altruismo del reverendo direttore, che era pronto a farsi togliere un rene per donarlo al fratello Armando, l’ultimo dei cinque Todeschini. Il codice di diritto canonico prescrive che chi riceve l’ordine sacerdotale debba essere provvisto «di tutte le qualità fisiche e psichiche congruenti» e lui, benché vestisse la talare già da un pezzo, per scrupolo andò dunque a chiedere al suo vescovo l’autorizzazione all’espianto. «A un prete non si domanda che abbia due reni, ma un cuore», lo rinfrancò monsignor Giuseppe Carraro, oggi avviato alla beatificazione. I due fratelli erano già ricoverati all’ospedale da 15 giorni quando il professor Piero Confortini, il pioniere dei trapianti di rene che doveva eseguire il doppio intervento, fu stroncato da un infarto sui campi di sci a Cortina. Tenendosi il suo organo malato, Armando Todeschini visse senza problemi per altri 26 anni.
Sempre a proposito di generosità, non v’è stato viaggio papale in cui il direttore di Telepace non abbia affidato al Pontefice una busta gonfia di offerte dei telespettatori, da distribuire brevi manu nei Paesi in cui sbarcava. Una volta, come mi ha raccontato un vaticanista, gliela consegnò mentre Karol Wojtyla s’era affacciato per pochi minuti a salutare i giornalisti. «Oh, finalmente!», esclamò Sua Santità, sventolando l’involucro legato con l’elastico. «Tutti fanno domande al Papa, ma grazie a Dio c’è anche chi dà risposte».
È vero che ha convertito in carcere Marco Furlan, uno dei due ragazzi condannati per 10 dei 15 omicidi firmati Ludwig, fra cui quelli di due frati e un prete?
«Di questo non parlo».
È recluso nel carcere milanese di Opera, come Pietro Maso.
«Lo so».
Lei è il confessore di Maso, lo ha visto piangere per la prima volta. Ha anche portato, su suo incarico, un vaso di gelsomini sulla tomba dei genitori assassinati. Nega anche questo?
«È molto meglio se questa intervista finisce qui».
Insomma, è un fatto che va molto d’accordo con assassini ed ergastolani. Perché?
«Perché in loro vedo il volto di Cristo. “Ero carcerato e siete venuti a trovarmi”. Matteo, capitolo 25. Insieme con dar da mangiare agli affamati e dar da bere agli assetati è anche una delle sette opere di misericordia corporale prescritte dalla Chiesa. I più maledetti, autori di delitti abominevoli, non vanno difesi, bensì aiutati a comprendere il peccato commesso e a redimersi. “Io non godo della morte dell’empio, ma che l’empio desista dalla sua condotta e viva”. Ezechiele, capitolo 33».
Per questo va anche negli Stati Uniti ad assistere i condannati a morte?
«Ne seguo tre, reclusi nel carcere di Livingstone, Texas. Altri due, Ivan Ray Murphy e Bryan Eric Wolfe, sono già stati giustiziati nel braccio della morte di Huntsville».
Sempre nello Stato dov’era governatore George Bush.
«Un bianco di 38 anni e un nero di 44». (Mi regala i due santini che ha fatto stampare in loro memoria). «Murphy mi aveva chiesto di assistere alla sua esecuzione. Non voleva i parenti. Tre giorni prima l’ho confessato e gli ho portato una lettera scritta da Papa Wojtyla. Le sue ultime parole sono state: “Voglio ringraziare tutti quelli che nel mondo hanno pregato per me con Telepace. Padre, sia fatta la tua volontà. Per essere breve: vi amo tutti. Guardiano, sono pronto!”».
Ci vuole stomaco per assistere a una roba del genere.
«I secondini lo chiamano lettino, ma è una croce. È stato legato a braccia aperte e coperto con un lenzuolo, tranne la faccia. Gli hanno fatto tre iniezioni nelle braccia: una di anestetico e due di veleno per fermargli i polmoni e il cuore. I singulti lo hanno scosso per dieci minuti. Sono stato tre giorni e tre notti senza mangiare e senza dormire, non riuscivo a cancellare quella scena. Ma posso dire d’aver visto morire la morte».
E Bryan Eric Wolfe?
«Ha chiesto la cresima, l’eucarestia e l’estrema unzione. La particola sarei riuscito a farla passare, ma non potevo certo ungerlo attraverso il vetro blindato. E lì è accaduto un fatto straordinario: per la prima volta a un estraneo è stato concesso di avvicinare un condannato a morte. L’hanno portato in catene nella sala del barbiere. Cresimandolo, non so perché mi è venuto istintivo dargli lo schiaffo sulla guancia come s’usava nella liturgia di un tempo. Lui è scoppiato a piangere: “Grazie, padre, perché dopo nove anni per la prima volta è la mano di un uomo che mi sfiora, anziché quella di un agente che mi afferra”. Gli ho chiesto di offrire la sua vita per Benedetto XVI. Lui ha risposto: “Sì, la mia vita per la vita del Papa”. Le sue ultime parole sono state: “Mi arrendo completamente a Dio”. L’indomani il direttore del carcere mi ha mandato a chiamare e mi ha detto: “Devo ringraziarla”. E io: di che? “Abbiamo visto il lupo trasfigurato in agnello”. Ha adoperato proprio questo verbo, trasfigurato, senza rendersi conto che è lo stesso che nel Vangelo viene usato per Gesù sul monte Tabor. “Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per 99 giusti che non hanno bisogno di conversione”. Luca, capitolo 15».
Che cosa l’ha portata nel braccio della morte?
«Un telespettatore, un ingegnere romano. Chiamò in diretta chiedendo 20.000 dollari per Hank Skinner, un condannato a morte che si proclama innocente. Io presi paura. La mattina dopo si presentò negli studi una signora con un assegno da 20 milioni di lire. Tre anni dopo servivano altri 50.000 dollari per la prova del Dna. Telefonò un ascoltatore: ne metto a disposizione 20.000 purché vada lei a portarli. Potevo rifiutarmi?».
Perché ha fondato Telepace?
«Non l’ho fondata io. Furono i bambini ospiti a Cerna per un campo estivo nel 1977 a domandare una radio perché i genitori li sentissero da casa. Andai a esporre questa pazza idea al vescovo Carraro. Commentò: “Vedi? Intuizione profetica. Hai capito?”. Sì, eccellenza, ho capito. “No, non hai capito niente. Te lo chiedono i fanciulli, cioè quelli che nella società non hanno voce. Come gli anziani, gli handicappati, i carcerati, i drogati e la stessa Chiesa”. Per questo ho chiamato Telepace “la voce di chi non ha voce”».
Quale fu l’investimento iniziale?
«Sedici milioni di lire. E chi li aveva? Una sfida alla Provvidenza, che ancora continua. Viviamo di offerte».
Niente pubblicità.
«Per statuto. Madre Teresa di Calcutta mi disse: “O si lavora per qualcosa o si lavora per Qualcuno”, con la “q” maiuscola. Telepace deve fare i conti con quello che non ha».
Ma riceve richieste per trasmettere spot a pagamento?
«Un mare. Nel 2000 avevamo l’acqua alla gola, ci avrebbero fatto comodo. Sempre rifiutate».
Richieste da chi?
«Lasciamo perdere».
Insisto.
«Soprattutto istituzioni, tipo ministeri, Ferrovie dello Stato, Telecom».
Quante sedi ha Telepace?
«Verona, Trento, Lodi, Roma, Agrigento, Fatima e Gerusalemme. Ognuna, tranne Lodi, sostenuta da una fondazione autonoma, con un proprio bilancio. Insieme, formano il palinsesto trasmesso sul satellite, che è pagato da Telepace Roma».
Costa molto andare su Hot bird?
(Fa il calcolo, 44x12, su un foglietto). «Sono 528.000 euro l’anno di canone, Iva inclusa».
Come mai nella sua rubrica Lettere al direttore, quando i telespettatori le inviano un’offerta, parla sempre di «goccia» o di «segno», mai di soldi?
«Anche di obolo o di briciola. A me il denaro fa paura. Paolo dice: “È la radice di tutti i mali”. Prima lettera a Timoteo».
Fu il Papa a chiederle di aprire la sede di Roma?
«In persona. Più volte. L’ultima durante un viaggio apostolico, con tono bonariamente polemico: “Possibile, don Guido, che il vescovo di Roma non riesca ad avere tanto così di quello che ha il vescovo di Verona?”, e mi mostrò il pollice che premeva sulla falangetta dell’indice. La settimana dopo ero giù. Abbiamo cominciato a trasmettere dalla capitale il 22 agosto 1990».
Però adesso ha licenziato i giornalisti.
«Non abbiamo ancora licenziato nessuno. Siamo stati costretti a sospendere i notiziari».
Perché questa sospensione?
«Per motivi economici. Negli ultimi sei mesi le offerte per Telepace Roma sono diminuite di circa l’80%».
Come lo spiega?
«Nel Centrosud gli stipendi non sono quelli del Nord, e ad aiutare Telepace sono principalmente i poveri e il ceto medio, non certo i ricchi. L’euro ha combinato il resto».
La Stampa ha parlato di «sopraffazioni alle dipendenti, gestione autoritaria da caserma, mobbing e persino assemblee-farsa convocate dai vertici aziendali davanti a tecnici, personale amministrativo e impiegati per discutere sulla sessualità di alcune giornaliste e stabilire se fossero o no vergini».
«Mi meraviglio che Il Giornale dia credito a queste nefandezze».
Ma lei come risponde?
«Menzogne infamanti inventate a tavolino per distruggere Telepace. Sporgeremo querela per diffamazione».
Chi può aver interesse a distruggere Telepace?
«Qualcuno forse c’è. Ma qui ripeto ciò che ho sempre detto: se Telepace è opera di Dio, nessuno riuscirà a distruggerla. È anche vero che mi è stato risposto: “Allora a finire distrutto sarà lei”».
Quanti sono i redattori di Telepace?
«Cinque, più un praticante, tra Verona e Lodi; quattro a Roma. Su un totale di oltre 50 dipendenti».
È vero che in 15 anni non hanno mai ricevuto una busta paga?
«Libro paga e giusta paga ci sono sempre stati per tutti, con regolari cedolini, come ha accertato un’ispezione dell’Inpgi, l’Istituto di previdenza dei giornalisti. E a Roma persino la tessera per fare la spesa e il pieno di benzina in Vaticano».
«Era in nero pure il filippino che faceva le pulizie», ho letto.
«Altra falsità. Lo pago io personalmente, con tanto di busta paga, visto che tiene in ordine anche il mio alloggio romano».
La accusano d’aver silurato il volto storico di Telepace, don Giovanni D’Ercole.
«È un carissimo collaboratore. L’ho sentito ieri per telefono: ha smentito questa velenosa insinuazione. Presto tornerà in video».
Quanto ha pesato in queste vicende il ruolo di Schiavazzi?
«Non saprei».
Nella mia intervista con Schiavazzi, pubblicata sei anni fa, ho rintracciato questa frase attribuita a lei: «Piero è bravo, bravissimo. Ma non lo assiste la Madonna dell’Equilibrio».
«Non mi risulta d’averla pronunciata. So che la disse Paolo VI di un prete. Che Schiavazzi sia bravo, non ci piove».
Perché ha assunto in un’emittente ecclesiale uno che arrivava da Mixer Tv? Una piccola televisione della capitale per la quale girava nei mercatini conducendo sondaggi su temi tipo «Meglio la pajata o l’abbacchio?».
«Io sapevo che veniva da Persona Tv, l’emittente dell’europarlamentare Alberto Michelini, ex volto del Tg1».
Non ha proprio nulla da rimproverarsi?
«D’aver lasciato fare. D’altronde fidarmi della gente per me è la regola. Preferisco essermi sbagliato per eccesso di fiducia piuttosto che aver ragione per eccesso di diffidenza».
Perché ha assunto quattro tecnici musulmani? In Italia, non a Gerusalemme.
«Avevano bisogno. Hanno bussato, gli ho aperto».
Vede un pericolo islamico alle porte?
«Io vedo gli uomini non come nemici, ma come fratelli. Altrimenti Telepace non avrebbe già portato alla laurea in Italia, grazie alle offerte dei telespettatori, 120 giovani provenienti da Libano, Irak, Iran, Israele, Palestina, Egitto, Senegal, Camerun, Etiopia, Brasile, Colombia. In questo momento abbiamo 50 studenti, nelle università di Verona, Padova e Ferrara, che si preparano a diventare medici, ingegneri, farmacisti».
Sta soffrendo per le accuse che le sono state rivolte?
«Molto. Ma sono sereno come i miei condannati a morte. Ripenso sempre alle parole che mia madre mi disse la sera dell’ordinazione: “Ora sei prete. Preparati a patire”».
(352. Continua)
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