«Sono sicura: la Franzoni è innocente»

Stefano Zurlo

Sulla carta è un teste dell’accusa, ma in sostanza sta con Anna Maria Franzoni. Ricordate Ada Satragni? La dottoressa arrivò per prima nella villetta di Cogne, prestò i primi disperati soccorsi al povero Samuele, nel suo sconfinato candore accreditò per qualche minuto la tesi che la testa del bambino fosse scoppiata per cause naturali. Pensavamo fosse rientrata nell’ombra e invece no: «Lo dico in maniera chiara - spiega al settimanale Grazia - io sono fermamente convinta dell’innocenza di Anna Maria Franzoni. Questa è l’unica frase che mi sento di dire con chiarezza».
In verità, Ada Satragni non argomenta più di tanto il suo giudizio, ma non ha paura a sfidare il tempo: «Sono sempre stata convinta della sua innocenza e lo sono tuttora. Non vedo perché debba esserci tanto stupore».
In realtà qualche motivo di curiosità è inevitabile. La Satragni disse agli inquirenti che la Franzoni in quei frangenti terribili indossava un paio di stivaletti neri, mentre la mamma di Samuele aveva parlato di un paio di zoccoli. Così gli zoccoli macchiati entrarono con il loro carico di sospetti nel processo.
Ora la dottoressa, intervistata nel suo ambulatorio, offre un altro dettaglio, utile questa volta alla difesa: quando accorse, «il bambino gemeva. Avevo davanti un bambino vivo». Un concetto che in realtà Ada Satragni aveva già espresso qualche settimana fa conversando con gli esperti che hanno scritto la perizia psichiatrica. Per il gip Eugenio Gramola, autore della sentenza di primo grado, Samuele era già morto quando la donna cercò di rianimarlo, ma lei sembra pensarla in tutt’altro modo. E questo complica, in teoria, il teorema dell’accusa che sposando la tesi della colpevolezza della madre di Samuele anticipa di qualche minuto i tempi dell’aggressione e del decesso. Ma l’agguato, se è vero il ragionamento della Satragni, sarebbe scattato più tardi, quando la mamma era già fuori per accompagnare Davide, l’altro figlio, allo scuolabus.
E anche a proposito degli zoccoli, la dottoressa pare innestare, sia pure indirettamente, la retromarcia: Anna Maria ogni tanto si assentava. «Non so per cosa - ha chiarito la Satragni ai periti secondo Grazia - c’era concitazione, stava arrivando l’elicottero per portare il bambino all’ospedale e sembrava che non riuscisse ad atterrare, forse è andata a cambiarsi, ma non so». Quattro anni fa, nel febbraio 2002, se l’era cavata senza seminare dubbi; aveva liquidato la Franzoni, che sosteneva di essersi cambiata le scarpe proprio su suo suggerimento, con una frase tagliente: «Sono sicura di non averle mai detto di andare a prepararsi».
Attenzione, la Satragni si spende per Anna Maria, ma non vuole alimentare voci e dietrologie: «Si è detto che io e Anna Maria Franzoni eravamo amiche. Non è vero, io ero il suo medico di base. Ho sempre fatto distinzione fra amici e pazienti, ad Anna Maria non ho mai dato del tu».
Insomma, le convinzioni della donna non sarebbero influenzate dalla consuetudine con Anna Maria. E del resto proprio la storia degli zoccoli, all’inizio pilastro portante dell’accusa, lo dimostra. Se ne riparlerà, forse, il 20 settembre, quando a Torino riprenderà il processo. «Chiederò - annuncia l’avvocato Carlo Taormina - che la Satragni sia sentita per mettere ordine fra le sue differenti versioni e superare le eventuali contraddizioni».
In aula i periti illustreranno le conclusioni del loro lavoro: Anna Maria Franzoni, a sentire il poker di esperti, soffriva all’epoca del delitto di una patologia, lo stato crepuscolare orientato, che potrebbe aver compromesso almeno parzialmente le sue facoltà intellettive. La sentenza d’appello dovrebbe arrivare entro la fine dell’anno. Difficile, dopo una pronuncia così autorevole, immaginare una conferma del verdetto di primo grado e una nuova condanna a trent’anni per omicidio.
Stefano Zurlo