«Sono tornato per il Milan Giocherei anche in porta»

Elegantissimo (completo Dolce & Gabbana con tanto di panciotto), molto galante (riservato un grazie speciale alla bella collega di Sky), umile come sanno essere solo i veri campioni e disponibile, educato (a fine conferenza-stampa saluta uno per uno tutti i cronisti, sembra di essere in un altro mondo), in una parola sola: David Beckham. Celebra il suo ritorno nel calcio italiano e al Milan tra gli stucchi di uno dei saloni del palazzo Bagatti-Valsecchi, sede della mostra dedicata ai 110 anni del club: due ore seduto dietro un tavolo bianco, una bottiglia d’acqua a disposizione e il suo sorriso che contagia e conquista. Non solo le donne.
IO E IL MILAN «È vero, sono tornato e ho trovato molti cambiamenti. Non c’è più Paolo (Maldini, ndr), non c’è più Carlo (Ancelotti, ndr), non c’è più Riccardino (Kakà, ndr), il miglior giocatore al mondo, ma il gruppo è lo stesso ed è rimasto intatto il fascino del Milan. Basta fare un giro per questi saloni, ammirare le coppe esposte, per capirlo. Sono tornato per i tifosi, per i media che qui mi hanno trattato come un calciatore e non come protagonista di gossip, ma soprattutto per il club. Ha contribuito anche questo aspetto, di sicuro. Quando mi trovavo negli States, a Los Angeles, spesso ho pensato a ciò che mi mancava di Milano e dell’Italia: ho pensato alla cucina italiana, all’amicizia di Paolo e al Milan, la cui storia parla da sola. Il passaggio da un allenatore all’altro non ha modificato granché: la tradizione del club rimane quella».
IO E IL MANCHESTER «Quando ho saputo del sorteggio di Champions mi sono emozionato fino alle lacrime. Sono un tipo emotivo, lo sapete. E sapere, attraverso l’sms arrivato alle 3 di notte, che sarei tornato, dopo anni, a giocare nello stadio del Manchester, mi ha dato una scossa. Io sono legato a quella città, a quel club, a quei tifosi e lo dico oggi: se dovessi avere la fortuna di fare un gol non esulterei. Non c’è neanche il pericolo che abbiano conservato quelle scarpe lanciate a Ferguson, tranquilli. Milan e Manchester hanno perso i due campioni più rappresentativi, Kakà e Ronaldo. Ma una grande squadra non dipende da un solo giocatore, resiste al tramonto dei campioni».
IO E LE VITTORIE «Non farei questo magnifico mestiere, se non inseguissi il successo. Vorrei vincere il titolo, la Champions e il mondiale con la mia Nazionale, non faccio graduatorie, so che si tratta di un sogno, non c’è un traguardo più facile dell’altro, ma so anche che bisogna volere fortemente un successo per raggiungerlo. All’andata il Milan ha perso 0 a 4 il derby, spero che al ritorno finisca in modo diverso, ma dubito perché l’Inter è molto forte».
IO E IL MIO RUOLO «Me lo chiedono tutti: dove giocherai? Io non mi aspetto niente, non mi aspetto di giocare titolare, come è successo l’anno scorso. Fu una sorpresa anche per me, tornare a Roma e scoprire che sarei partito titolare quella sera all’Olimpico. Io voglio mettermi a disposizione del Milan e contribuire alla sua stagione. Posso giocare dappertutto: ho provato in allenamento anche a stare in porta, sono pronto ad andare in panchina ed entrare negli ultimi 5 minuti. Dopo Ancelotti, la squadra ha cambiato modulo. Ne ho parlato in questi giorni con Leonardo, e abbiamo convenuto che ci vorrà del tempo per adattarsi, il duro lavoro non mi spaventa assolutamente. Sarebbe bello ricominciare col Genoa, l’anno scorso feci il primo gol a San Siro».
IO E CAPELLO «Capello ha dichiarato che se gioco, mi porta al mondiale, l’ho sentito. Giuro: non ho mai pensato di tornare al Milan solo per il mondiale. L’ho fatto per il Milan, altrimenti, per il posto fisso, avrei scelto un club diverso che mi garantisse di giocare fino a giugno. Fabio ha ottenuto già un grande risultato: spalancare le porte della Premier League ai tecnici italiani. Ancelotti e Mancini sono arrivati sull’onda del successo del Ct. Avranno successo anche loro:_ Carlo è adorabile, Mancini ha talento. Non credo che il calcio italiano abbia perso appeal e col tempo risolverà i suoi problemi».
IO E KAKÀ «Abbiamo fatto il percorso inverso. Io sono passato dal Real Madrid prima di venire al Milan e qui sono tornato. Riccardino è stato molto combattuto se accettare o meno le proposte del Real, poi ha scelto. Ha voluto sfidare se stesso e vedere se riusciva a vincere anche in un club diverso dal Milan. Il Real Madrid è uno dei banchi di prova più duri, io sono stato con loro 4 anni e sono stato apprezzato da tifosi e tecnici».
IO, IL CANE E IL BARBIERE «Ai miei figli ho regalato un cane. Sulle prime volevo chiamarlo Rino, come Gattuso, poi hanno scelto Coco, come Chanel. Sono io il parrucchiere di me stesso, se volete posso offrire i miei servigi, ma sono anche molto caro». E alla fine l’augurio in italiano: «Buon anno a tutti gli italiani, non solo ai milanisti».