«Sono uscito pulito da tutte le inchieste Ma il mio partito mi ha scaricato»

L’ex governatore calabrese Pd Agazio Loiero ne ha per tutti, dal suo ex segretario Bersani alla Lega, dai pm a De Magistris, ora che i conti con la giustizia sono sostanzialmente azzerati. «Sono balzato alla cronaca nazionale per l’inchiesta di Why Not. Ero accusato di associazione a delinquere. Un reato gravissimo, derubricato dallo stesso pm in abuso d’ufficio e da cui sono assolto in primo grado. Spero che il mio pedigree giudiziario finisca qui, anche se da Roma in giù c’è un pregiudizio antimeridionale. I leader della sinistra anziché farsi carico di una realtà difficile ne prendono le distanze. Al Nord no. Forse esiste un federalismo giudiziario».
E la «questione morale»?
«Quando Berlinguer nell’81 rilasciò quella famosa intervista nel Pci c’era una base solida su cui poggiare. Ma nei territori governati da loro c’era un controllo “molecolare”: chi gestiva gli uffici giudiziari con funzioni apicali veniva scelto con criteri nei quali l’allora Pci aveva il suo peso».
Che fa, sulle toghe rosse dà ragione a Berlusconi?
«Non parlo di legami organici, ma di influenze sì. Anche per la Dc era così, visto che per motivi politici eravamo insostituibili alla guida del Paese. Ora questi tappi sono saltati, ma che ci siano pm che caricano le inchieste per far politica è evidente».
Come il suo «carnefice»?
«De Magistris voleva fare politica e ci è riuscito grazie al clamore delle inchieste e ad Annozero. Ci vuole la separazione delle carriere, come avviene ovunque. E soprattutto non si può permettere ad un magistrato di candidarsi dove ha esercitato la sua funzione giurisdizionale. Con la Bicamerale eravamo a un passo da certi risultati».
Occhio, è la seconda volta che dà ragione al Cavaliere...
«Fossi stato suo alleato nel 2001 gli avrei detto: fai subito la riforma organica della giustizia. Oggi il pm ha potere di vita e di morte, l’olezzo dell’avviso di garanzia nel Sud ti resta addosso anche quando esci pulito».
È per questo che ha lasciato il Pd che aveva fondato?
«Già nel 2006 litigai con i capi della Margherita per difendere un partito federale. Poi mi chiamò Prodi: “Se sei fuori, perdo”. Grazie a noi al Senato l’Unione ebbe la maggioranza. Entrai nel Pd con entusiasmo. Ma Bersani mi abbandonò, neanche fossi un appestato».
E ora, cosa farà da grande?
«Lavoro a un partito del Sud con Raffaele Lombardo, che ha avuto il coraggio di rompere con Berlusconi sui tagli delle risorse al Sud. Bisogna contrastare la deriva leghista: difendendo solo quattro regioni spariglia i giochi. Bersani spesso li insegue, strizzando l’occhio a Bossi. Per questo in certe regioni del Sud il Pd ormai è a percentuali da una cifra».