«Sono la voce nuova dello swing Ma non paragonatemi a Sinatra»

Paolo Giordano

nostro inviato a Padova

«Scusi, vuol sapere perché ora il mio legame con l’Italia è ancora più profondo?».
Spieghi.
«Ecco qui, vede? Il 21 ottobre mi hanno dato il passaporto italiano. Ora ho la doppia nazionalità, ed è stato così semplice che la vogliono anche mia madre e mia sorella».
Così qui potrà anche votare.
«Potrei anche farci un pensierino».
Però dovrà essere fortunato a far coincidere le date. Dopotutto lei è uno stakanovista da 300 concerti l’anno in tutto il mondo.
«La gente ha capito che non sono costruito a tavolino, anche se naturalmente ci sono compromessi da accettare. Mi avevano proposto di registrare un album di canzoni natalizie oppure un disco dal vivo e io alla fine ho preferito scegliere quest’ultimo e così è appena uscito un mio cd/dvd dal vivo, Caught in the act. Però, nel mio mondo ideale, i live non esisterebbero proprio».
Perché?
«Perché un disco non può rendere bene l’atmosfera di un mio concerto».
In effetti mica può finire su disco la galoppata che l’altra sera ha tagliato in due il Palasport Fiera qui a Padova. Alla fine di Fever, che è la quarta canzone del suo concerto a base di jazz e swing, questo trentenne italocanadese, abito grigio e camicia bianca col colletto aperto, è saltato giù dal palco e come un centometrista è scattato fin là in fondo a farsi coccolare dal pubblico, così, per il gusto di stupire, come se ogni show fosse a Las Vegas ai tempi del Rat Pack. «Las Vegas? Ci devo tornare alla fine di questa tournée europea» spiega lui che a Padova si è portato anche nonno Demetrio, nato da genitori trevigiani «emigrati nel 1909». Quando Bublé, che ha trent’anni, ha venduto tre milioni di copie del suo primo ciddì, per i suoi parenti era solo un illuso canzonettaro. Ma quando è stato chiamato al Festival di Sanremo, «mi hanno detto: ma allora sei davvero importante». Di sicuro è uno dei pochi. Gira il mondo con una signora orchestra, ha una voce che col tempo guadagnerà ancora più profondità e soprattutto non si prende troppo sul serio, visto che in scena imita persino Michael Jackson poco prima di cantare un capolavoro come Smile che, tra parentesi, è stata scritta nella notte dei tempi da Charlie Chaplin. Il gioco dei contrasti, ecco la sua forza.
Caro Bublé, all’inizio tanti la bollavano come una meteora.
«Certo, io non sono famoso come Britney Spears o come quegli artisti che vendono mitragliate di dischi nei primi giorni. Però dopo 42 settimane io sono ancora in classifica: il passaparola è il mio portafortuna. E anche l’impegno. L’altro giorno a Cardiff ho dovuto cancellare il primo show della mia vita: ero esausto. Ma tornerò».
Ora è in Italia per qualche concerto e il 2 dicembre suonerà anche al Forum di Milano.
«E il 30 a Roma avrò la Pausini come ospite. Lei ha anche duettato con me per You’ll never find another love like mine che ho inserito nel disco dal vivo. Quando l’ho presentata ho detto: ecco una che vende milioni di dischi più di me».
Riecco l’Italia. Anche Bocelli le ha chiesto di duettare.
«Sì, per il ciddì cui sta lavorando in questi mesi. Ma io non posso, troppi impegni».
Ma se non canta quasi neanche una canzone sua: sono quasi tutte cover.
«Però sto componendo brani originali. È solo difficile scegliere quelli buoni, ci vuole tempo».
Intanto si allena: in concerto va dai pezzi di Cole Porter (I’ve got you under my skin) a quelli dei Queen (Crazy little thing called love).
«Quando vado ai concerti, mi annoio facilmente. Ho una scarsa capacità di concentrazione, se il cantante non mi diverte, me ne vado. Così dal vivo mi impegno da morire».
La paragonano a Frank Sinatra.
«Io lo preferivo da giovane, quando cantava nell’orchestra di Tommy Dorsey».
Allora è della scuola di Tony Bennett.
«Quando mi ha visto dal vivo tre anni fa ha detto: non ho mai sentito nulla di così buono dopo il giovane Sinatra. Ma quando sono andato io a un suo show, ho capito perché vende ancora così tanti biglietti per i suoi concerti. Ero con una ragazza in platea e mi sono guardato intorno: ho visto solo gente abbracciata. E anch’io ero guancia a guancia con lei».
Qui sul palco ha «rimproverato» il pubblico che non applaudiva abbastanza il nome di Ray Charles, di cui lei canta You don’t know me.
«Lo amo in modo quasi assoluto. Qualche mese fa mi hanno chiesto di registrare una canzone per un tributo a lui, ma ho rifiutato. Non ce n’era motivo».
Il suo è rispetto per il grande artista o buon senso tutto italiano?
«A Preganziol, a pochi chilometri da qui, la mia famiglia ha ancora qualche terreno dove si coltiva una trevisana favolosa».