Il soprano bavarese che fa rivivere Marlene Dietrich

Karin Schmidt racconta il passaggio dalla lirica al jazz, che oggi alterna con i successi della diva berlinese. Vive nell’Oltrepò pavese dove sta registrando il suo terzo album

Franco Fayenz

Nata nella splendida terra di Baviera, il soprano Karin Schmidt ha iniziato lo studio del canto a Monaco con insegnanti privati. In seguito si è perfezionata a New York presso la Manhattan School of Music e a Milano.
Da alcuni anni vive in una bellissima cascina dell’Oltrepò pavese, ideale per l’ispirazione artistica, e di recente ha realizzato un significativo exploit concertistico, cantando in Italia al Teatro Filarmonico di Verona, all’Olimpico di Vicenza, all’Opera di Roma e agli Arcimboldi per il Teatro alla Scala.
Bella e giovane com’è, è difficile non guardarla un po’ più del lecito. Sorvoliamo.
Signora Schmidt, perché ha scelto l’Italia?
«Lei non è il primo che mi fa questa domanda, data la nazione colma di musica da cui sono arrivata.
«Il fatto è che mi sento italiana per carattere. Amo la cordialità e la spontaneità degli italiani, così diversi, sotto questo aspetto, dai miei compatrioti».
Però, da qualche tempo, la crisi della buona musica in Italia è sotto gli occhi di tutti. Lei ne risente?
«Me ne sono accorta, eccome, tanto è vero che per tenere un buon numero di concerti devo passare di nuovo il confine, soprattutto verso il nord.
«Mi auguro che il periodo sfavorevole finisca presto, che altro potrei fare?»
Forse è anche un problema di repertorio. Lei proviene dalla musica lirica, ma poi si è dedicata a partiture diverse, più moderne. O sbaglio?
«No, è stata una mia scelta. Amo l’operetta, soprattutto di Stolz e di Lehar, ma un po’ alla volta sono approdata a Kurt Weill e poi ai massimi esponenti della song americana come George Gershwin, Cole Porter, Berlin, Kern, Bernstein e ai maestri del jazz, specialmente a Duke Ellington, pur senza improvvisare.
«L’improvvisazione è compito dei miei accompagnatori».
Chi sono, almeno di solito?
«Negli spazi piccoli canto in duo con il pianista Rossano Sportiello. Nei teatri si aggiungono Massimo Moriconi al contrabbasso e Stefano Bagnoli alla batteria.
Come vede si tratta di musicisti legati al jazz, che però suonano molto volentieri con me anche quando completo i miei programmi con pagine di Marlene Dietrich, Hildegard Knef, Zarah Leander e Norbert Schultze. Ho la fortuna di avere una padronanza totale dell’inglese e dell’italiano, oltre che naturalmente della lingua tedesca».
Leggo da una critica che la riguarda: Karin Schmidt canta con disinvoltura, grazia e spontaneità. Dotata di voce duttile e di suono stupendo, oltre che di affascinante presenza scenica, è in grado di trascorrere da voli lirici a dolci toni da mezzosoprano. Che ne pensa?
«Che mi fa piacere, si capisce. Qualche volta devo stare attenta a trattenere la voce.
«Non si può cantare Solitude di Ellington come Vissi d’arte dalla Tosca di Puccini. Ma di regola ci riesco».
Parliamo di dischi. Che progetti ha?
«Questo è un argomento molto serio, di questi tempi. Al mio attivo ho due cd ormai esauriti, Extraordinary Weill con il pianista Antonio Ballista, dedicato al periodo tedesco di Weill, e Weill on Broadway che conteneva una panoramica sul Weill americano, inciso con il pianista russo David Gazarov, un talento emergente sia nel jazz, sia nella musica classica.
«Ora è tempo di farne un altro, lo so. Sono incerta se utilizzare la musica eseguita per la Scala con Sportiello, Moriconi e Bagnoli, “depurata“ dagli applausi; o se farne uno del tutto nuovo, come preferirei. Vedremo».
Lei manca da qualche tempo dalla televisione. Perché?
«Il motivo non va chiesto a me. Ottenevo molto successo, i telespettatori mi fermavano per la strada perfino troppo.
«Vivo questa assenza come un’ingiustizia. Aveva ragione Eduardo De Filippo, che diceva “ha da passà ’a nuttata”».